1. Cavalieri Truzzi

Il finale di stagione all’insegna del cruento, del sangue e della logica smarrita tra polvere da sparo e sete di vendetta non è altro che una fedele trasposizione della realtà: la causa scatenante dei massacri risiede nelle mutazioni degli equilibri all’interno delle organizzazioni criminali, che Sollima continua a raccontare in maniera impeccabile anche nella seconda stagione di Gomorra. Questa sorta di rivoluzione dallo stato parallelo allo stato di diritto è paragonabile a una guerra generazionale, lunga, tattica e massacrante, tra la bramosia giovanile e le famiglie tradizionaliste che hanno costruito solidi imperi criminali fondati su codici d’onore e alleanze. Il passato sembra però non contare più in questo costante ammutinamento della nuova generazione nei confronti non solo dei vecchi capi, ma anche dei propri padri: la voracità insaziabile rende ciechi i “cavalieri truzzi” in sella ai propri motorini, così spietati da rifondare la famiglia riducendola a merce di scambio e a mero simbolo encomiabile dedicatario di preghiere e tatuaggi.

2. La stagione delle donne

La forza di Imma Savastano (Maria Pia Calzone) viene ereditata e fatta fruttare dalle donne di questa stagione, che progressivamente si impongono sulla scena come personaggi e come attrici. Le performance di Cristiana Dell’Anna (Patrizia) e di Cristina Donadio (donna Annalisa aka Scianel) fanno infatti impallidire quelle, comunque di alto livello, dei loro colleghi uomini. E anche negli equilibri di potere della fiction le donne iniziano a imporsi, emancipandosi dal mero ruolo di “femmena”. Patrizia è un personaggio complesso e sfaccettato: tanto crudele quanto dolce, da occhi e orecchie di don Pietro diventa la sua unica e fidata consigliera, rivestendo un ruolo di potere che le assicurerà grande spazio nel futuro della serie. L’essenza di Scianel è invece più trasparente: astuta e spietata, dopo aver sostituito il fratello Zecchinetta si impone come vera imperatrice del traffico di droga, pronta a tutto per mantenere e ampliare la propria potenza, senza scrupoli né paure.
Che questo spazio al femminile sia in gran parte merito della regia della Comencini?

3. Dù frittur

Una delle conferme più interessanti di questa seconda stagione, forse unico personaggio in grado di tenere testa alla preponderanza delle donne, è la figura amletica di Salvatore Conte. Interpretato da Marco Palvetti, don Salvatò ha il merito di essersi ritagliato in soli quindici episodi una fetta importante della grande torta delle preferenze del pubblico: grazie a ottime prove attoriali e a un copione originale Palvetti riesce a far intravedere il lato più tenero e umano di un antieroe meschino e impavido, rendendolo un co-protagonista avvincente come raramente accade. La sua prematura uscita di scena, nonostante le logiche produttive siano comprensibili, non è stata una scelta molto azzeccata né gradita al pubblico. “L’omm che po fa a men e tutt’cose no ten paura e nient!”

4. Debolezze

La costruzione drammaturgica di questa seconda stagione attraversa pochi picchi alti e troppo bassi. Se i personaggi femminili si impongono, quelli maschili si moltiplicano in numero eccessivo e ognuno si sviluppa in un lasso di tempo troppo breve, impedendo così allo spettatore di affezionarsi e di accorgersi del valore delle singole morti. I meccanismi narrativi si ripetono uguali a se stessi, le svolte diventano prevedibili e stupire lo spettatore, qualità assoluta della prima stagione, diventa sempre più difficile per Gomorra. Anche l’immortalità tanto vantata dal personaggio di Ciro (Marco D’Amore) priva il personaggio di quella misteriosa tensione che aveva reso la sua sorte imprevedibile: nonostante Ciro non possa morire fisicamente, il suo fascino è già morto.

5. “Il denaro insanguinato, il potere insanguinato: non potrai portarlo all’altra vita”

Il connubio tra religione e sangue, già presente nella prima stagione, viene ora sancito ufficialmente: immagini, statue e idoli votivi affollano le mensole delle case di ogni malavitoso di Gomorra; una sequenza girata magistralmente riporta la processione dei battenti di Minori (Salerno) in occasione del giovedì santo, un rito di penitenza per espiare i propri peccati; ma l’apice viene raggiunto con il bacio finale di Malammore (Fabio De Caro) alla croce d’oro appesa al petto prima di togliere la vita a un’anima innocente. Sollima rappresenta con profondo realismo il rapporto intrinsecamente ipocrita e di convenienza tra i malavitosi e la religione, più vicino a pratiche pagane di idolatria che al cattolicesimo moderno.

Fabrizio la Sorsa e Benedetta Pini