1. Assassin’s Creed

Una città messa a ferro e a fuoco, la sua popolazione sterminata e la promessa che succederà lo stesso a chiunque dia ospitalità a Roy Goode (Jack O’Connell), il fuorilegge che ha tradito la banda del famigerato Frank Griffin (Jeff Daniels) portandosi via il bottino dell’ultima rapina. Così, la piccola cittadina di La Belle, dove Goode ha trovato rifugio, si prepara all’inevitabile arrivo di Griffin e dei suoi. Una trama da western classico che Scott Frank e Steven Soderbergh affrontano con un occhio agli anni ’70 e uno alla contemporaneità.

2. Le belle di La Belle

La Belle non è la classica cittadina del West: da quando un incidente nella miniera locale d’argento ha ucciso tutti gli uomini, vi abitano quasi esclusivamente donne. Sono donne dure, temprate dalla solitudine e dalla dura vita del deserto. Una carrellata di volti e di personalità dipinte con pochi ma efficaci colpi di pennello. Tra loro spicca la prestazione di Michelle Dockery, capace di dare alla sua Alice un’espressione di trattenuta intensità.Le donne di Godless sorreggono l’intera comunità, pronte a collaborare e anche a sparare quando serve; ma, soprattutto, a differenza degli uomini, sono sempre impegnate in qualche attività produttiva. È allora una debolezza della sceneggiatura che il mondo femminile resti, in definitiva, ai margini della narrazione, lasciando le luci della ribalta al più chiassoso scontro tra i due maschi protagonisti.

3. Pallottole spuntate

Il mondo maschile è invece dipinto a tinte decisamente più cupe: gli uomini del West non sembrano far altro che sfoggiare la propria mascolinità o praticare una violenza futile e sterile. E tuttavia,sono personaggi tesi, feriti e sempre sull’orlo della sconfitta, consapevoli di una fragilità che fanno di tutto per nascondere; vuoi con l’orgoglio dello sceriffo (Scott McNeary) o con le pose da grande pistolero o con le pose da grande pistolero del suo vice (Thomas Brodie-Sangster), vuoi con la fuga di Roy e la sua rinuncia alla pistola o con il delirio d’onnipotenza di Frank, che si crede Dio e come tale si comporta, anche se tutto sembra avere fuorché il controllo della situazione.

4. Padri e figli

Ricalcando uno dei temi del suo ultimo film da sceneggiatore (il cinecomic western Logan – The Wolverine) Scott Frank delinea ogni rapporto tra i personaggi di Godless come educativo. C’è sempre qualcuno che insegna e qualcuno che impara, ed è attraverso questo legame che si crea fiducia. Una scelta che esprime una delle tematiche che erano sottese anche al western classico: lo scontro tra natura e cultura, come se adattandosi alla vita della frontiera si possa trovare il proprio posto in questo vasto mondo.

5. Il richiamo della frontiera

Più che una miniserie, Godless ha il respiro di un film lungo sette puntate. I tempi narrativi sono lunghi e rarefatti e i dialoghi dicono tutto senza usare più parole del necessario, in pieno omaggio all’epica e ai ritmi del Far West. Cinematografica è anche la fotografia, che gioca con luci, ombre e controluce e lascia spaziare lo sguardo in campi lunghissimi che abbracciano immense praterie, rese ancora più avvolgenti dal formato panoramico in 2:39. La regia oscilla tra suggestioni Seventies alla Peckinpah, specialmente nell’uso degli zoom e nel modo di raccontare la violenza, e l’utilizzo del grandangolo, che ricorda la contemporanea epica della frontiera raccontata da Revenant – Redivivo di Iñarritu. Quello che si perde è però lo sviluppo dei personaggi tipico delle serie più canoniche: non del tutto priva di una connotazione dei caratteri, spesso la serie sembra di concedere allo spettatore uno sguardo fugace verso una realtà in cui è ospite solo per un periodo limitato, proprio come in un film.

Francesco Cirica

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