Pensate a tutte le cose che vi possono venire in mente pensando agli Oscar: cinema – ovviamente – ma anche star, Hollywood, nomination, cerimonia infinita fatta di ballerini, musiche, estrazioni di nomi da buste e, a seguire, centinaia di articoli, post e tweet a commentare i look delle varie star presenti in questa notte che metà del mondo non esita a definire magica… Ecco, appunto, metà del mondo. Sì, perché adesso dobbiamo prendere tutto questo bell’elenco e tradurlo in una lingua asiatica, a voi la scelta, anzi no, aspettate, ve lo dico io: dobbiamo tradurlo in cantonese.
Fatto?
Se la vostra risposta è “No”, non preoccupatevi: qualcuno ci ha già pensato prima di voi e ha creato gli AFA.

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Gli Asian Film Awards sono infatti una manifestazione che dal 2009 ha luogo ogni anno a Hong Kong durante la quale, sulla falsariga dei – almeno per noi occidentali – ben più famosi Oscar hollywoodiani, una giuria di esperti elegge quelli che si pensano essere stati i film migliori degli ultimi 12 mesi, rigorosamente prodotti in Asia.

Ora, quanto tutto ciò possa risultare pacchiano ai nostri occhi è evidente. D’altronde l’Asia, e in particolare i cinesi, sono i maestri indiscussi dello scopiazzamento e dell’imitazione. Il gap culturale che ci separa spesso e volentieri fa sì che ciò che in Asia è super figo da noi risulti essere niente più che un coacervo di trashate più cafone del de Sica dei tempi d’oro di Natale sul Nilo e più inutili di Buonanno che va in Libia per combattere l’ISIS.

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Tuttavia, la cerimonia in pieno stile “cinesata tarocchissima” svoltasi lo scorso 25 marzo, una tamarrata in salsa asiatica, ha visto premiati dei veri capolavori che, forse, anche un pubblico non avvezzo ai ritmi del cinema asiatico potrà apprezzare. Tra i 42 film candidati, provenienti da 8 paesi diversi (Cina, India, Giappone, Corea del Sud, Taiwan, Indonesia, Filippine e Hong Kong) segnaliamo il noir Black Coal, Thin Ice, candidato a quattro nomination (tra cui Miglior Film e Miglior Attore Protagonista) e già Orso d’Oro a Berlino; Blind Massage, dramma ambientato a Nanchino, vincitore come Miglior Film; e il vincitore per la Miglior Regia The Golden Era, incentrato sulle due più importanti figure poetiche della Cina contemporanea, gli sconosciuti e non tradotti in italia, Xiao Hong e Xiao Jun.

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Inutile dire che nessuno dei film presenti ha trovato spazio all’interno della grande distribuzione italiana. Ecco quindi la domanda cruciale: verrà mai un giorno in cui le case di distribuzione occidentali e il pubblico occidentale stesso sentiranno il bisogno di sbirciare al di là di ciò che Hollywood propone? L’egemonia culturale asiatica in occidente porterà mai con sé i propri prodotti culturali, diffondendoli su larga scala? E se ciò accadrà, che ruolo giocherà il pubblico occidentale e, nel nostro caso specifico, italiano in questo processo?
In attesa di avere qualche risposta, portiamoci avanti e, scandagliando i fondali di un web in cui ormai si trova di tutto, gustiamoci, almeno, i titoli sopra citati. Non abbiate paura: li troverete facilmente sottotitolati in inglese, lingua nota ai più (o meglio “ai meno”, vista la scarsa diffusione di cui questo idioma gode nel popolatissimo continente asiatico).

Andrea Mauri