Voto

6

Il regista Claus Rafle analizza in maniera storiografica la storia di Hanni, Eugen, Ruth, Bruno e Cioma, cinque ragazzi che, come altri millecinquecento ebrei, sono sopravvissuti a Berlino durante gli orrori nazisti, scampando ai campi di concentramento. L’intento del film è quello di rievocare il dramma della separazione dai propri cari e illustrare l’ingegno dimostrato dai ragazzi nel cercare modi per nascondersi nella capitale tedesca. Gli invisibili, inoltre, non dimentica chi li ha offerto il proprio aiuto, dimostrando una grande empatia disinteressata. Similmente a La caduta – Gli ultimi giorni di Hitler (2004) di Oliver Hirschbiegel, il film unisce la ricostruzione degli eventi alle interviste dei sopravvissuti, esplorando attraverso la rievocazione in voice off un aspetto della storia tedesca fino a oggi ignorato.

Diversamente da celebri film come Schindler’s List (1993) e Il pianista (2002), Gli invisibili risente della mancanza di pathos e di suspense a causa di una regia a tratti inefficiente, incapace di reggere l’alta tensione degli eventi. Lo stile del film tende infatti al documentarismo, improntato di rispetto e rigore, e contribuisce a lanciare un importante messaggio: in passato l’obbedienza al potere costituito sono stati difficilmente messi in discussione, senza porsi troppe domande. Ma l’intento di Rafle è proprio quello di ricordare al pubblico l’importanza dei diritti umani, della possibilità di mettere in discussione governi ingiusti e la libertà di non accettarlia passivamente.

Daniela Addea