Voto

6

È uno sporco lavoro, ma qualcuno deve pur farlo; e a volte qualcuno se la spassa, nel farlo.
Se la spassa, appunto, Giorgio Moroder a fare da “sarto” per un numero considerevole di regine e divette del (puttan-)pop da classifica.

Déjà-Vu – il suo album di ritorno dopo una trentina d’anni passati a fare il mercenario di lusso – è un’esibizione di forza, una lista stupefacente di clienti soddisfatte. A mo’ di copertina (con dedica) del “catalogo”, Moroder pone 4 U with Love, eseguito con uno squadrone di sintetizzatori educati alla sua leggendaria scuola. Il messaggio è chiaro: l’intera tracklist sarà vestita a festa. Ma come potrebbero esserci dubbi su questo? Moroder è Moroder. La vera domanda è: la qualità delle canzoni sarà all’altezza della confezione?

Il singolo eponimo dell’album è una marmellata deludente: la voce di Sia tiene appiccicata una melodia poco interessante e male amalgamata; per fortuna ci sono i gloriosi archi discotecari degli anni Settanta – vera ragion d’essere del Déjà-Vu – che la tagliano e ne disegnano i contorni.

La galleria di voci prosegue in un tripudio di manierismi difficilmente tollerabili, con Charli XCX che si tura l’ugola una sillaba sì e una sì, e Mikky Ekko, esponente radicale di una genia di tenori piagnucolosi. La signorina Charli firma – a onor del vero – una delle canzoni più dinamiche del pacchetto, Diamonds: se uno riesce a passare sopra alla misteriosa patologia che spinge la suddetta cantautrice a voler fare la rocker rauca, rischia di entusiasmarsi e di ascoltare il pezzo in loop, fino a dimenticarsi di abbassare il volume repentinamente quando sente dei passi oltre la soglia della propria cameretta. Don’t Let Go, al contrario, non ha i numeri per uccidere il pudore nell’ascoltatore: è solo una mielosa seccatura.

Right Here, Right Now – cantata da una app che simula la voce di Kylie Minogue mentre i vocoder di Moroder continuano ad abbaiare – esiste solo in funzione del ritornello guizzante che si intrufola anche nelle orecchie più riottose. La ricerca dell’orecchiabilità ricattatoria viene nobilitata dalla frivolezza certosinamente studiata di Tempted, un brano tutto da mugolare spensieratamente, guidato da Matthew Koma, la cui voce ricorda in maniera impressionante quella di Simon Le Bon in Astronaut.

74 Is the New 24 è un brano semi-strumentale di emblematica pacchianeria con cui Moroder sembra dire con fare gaudente: “La terza età? Mai vista né conosciuta!”. La traccia procede senza andare da nessuna parte, e noi ci immaginiamo l’irrecuperabile Giorgio nei panni di un bulletto cittadino impegnato in attività simili a quelle dei Beautiful Ones celebrati dai Suede: “High on diesel and gasoline / psycho for drum machine / shaking his bits to the hits, oh-oh”. La svolta “disumana” dell’album, operata dall’elettronicissimo 74 Is the New 24, è confermata con convinzione da Tom’s Diner, cantata da un’altra applicazione che ricicla la voce assegnata una ventina d’anni fa a Britney Spears.

Il preambolo orchestrale di Wildstar, eseguita da Foxes, fa pensare a una fuga dal mondo dei robot verso la spiaggia delle lagne mielose dove ci eravamo imbattuti in Mikky Ekko. In questo caso il pathos è altrettanto finto, ma il brano si lascia ascoltare senza indurre le nostre mani a cercare il tasto skip con la stessa frenesia. Almeno una ragione per passare oltre in verità ci sarebbe: la Kelis di Back and Forth (dove l’avevi nascosta, Giorgio?) con la sua personalità induce Moroder a cercare in extremis un effetto d’insieme che assomigli a vera classe. E quando, subito dopo, Marlene parte per le sue escursioni vocali meccanicamente isteriche in I Do This for You, i sintetizzatori vanno per la loro strada con aristocratico cipiglio, ormai protesi verso un lieto fine in grande stile.

La Disco, il brano conclusivo, non è grande ma è sufficientemente lieto: vocoder spettrali spazzano la pista da ballo su cui sono stati versati brillantini, lacrime effimere e cocktail a volte annacquati, a volte spropositati, a volte giusti.

Andrea Lohengrin Meroni