Il documentario di Jim Jarmusch su Iggy Pop e lo storico gruppo degli Stooges approda finalmente nelle sale italiane: nonostante la fugace permanenza sul grande schermo (soltanto il 21 e 22 febbraio), Gimme Danger è l’occasione che gli estimatori della band non potevano lasciarsi sfuggire. Musicalmente elettrizzante e attraversato da citazioni cinematografiche, interviste, fotografie e video-performance dal vivo, il documentario di Jarmusch racconta i brevi ma intensi anni di vita di una delle band più significative della storia del rock.

Irriverenti e rivoluzionari, gli Stooges hanno fatto da spartiacque, sollevando un muro invalicabile, tra gli anni ‘60 e il futuro della musica rock. Con il loro sound ossessivo, apocalittico, incazzato e incredibilmente liberatorio, gli Stooges furono i precursori degli anarchici casinismi del punk e della maestosa ricercatezza dellalternative rock. La chitarra di Ron Asheton, nota per la sua ingombranza, occupava quasi tutto lo spazio acustico, al punto che la voce di Iggy doveva salire almeno di un’ottava per imporsi, schiacciando a terra l’ascoltatore con le sue continue mitragliate di rumorismi e distorsioni. Non meno oppressive erano le urla sguaiate di Iggy, accompagnate dalle sue animalesche danze, che Jarmusch non manca di immortalare, e dagli ostinati groove del basso di Dave Alexander e della batteria di Scott Asheton. Ma la cacofonica frenesia degli Stooges non mancava di raffinatezza e attenzione ai dettagli, a cominciare dal loro omonimo album d’esordio, pubblicato per l’Elektra Records nel 1969. La monumentale We Will Fall, intrisa di cori funerei e degli echi di wah-wah emessi dalla chitarra, testimonia la curiosità e la ricercatezza musicale del gruppo. Gli Stooges, infatti, si erano lasciati guidare dalle sperimentazioni sul timbro portate avanti dal compositore Harry Partch e dalle graffianti distorsioni dei Velvet Underground e dei Doors.

Con estrema precisione, Jim Jarmusch racconta la vita, la morte e la rinascita degli Stooges. Fu la grigia cittadina di Detroit a fare da sfondo alla loro nascita. James Jewel Osterberg, ribattezzatosi in seguito Iggy Pop, era un comunissimo studente che viveva in una roulotte insieme alla sua famiglia. Nel corso degli anni Sessanta le provocatorie performance di Jim Morrison accesero in lui un incontenibile bisogno di concedersi al rock’n’roll. Inizialmente batterista dei Megaton Two, Iggy Pop, insieme al il suo amico Jim McLaughlin, fondò i The Iguanas, che poco dopo lasciarono il posto ai Prime Movers. Soltanto in seguito all’incontro con i due fratelli Asheton e il bassista Dave Alexander Iggy Pop diede vita agli Psychedelic Stooges, vendendo la propria anima al rock.

Nella notte del 1968 gli Psychedelic Stooges giunsero all’orecchio di Danny Fields, manager per conto dell’Elektra, che era volato a Detroit per mettere sotto contratto gli Mc5 (i concittadini e fratelli maggiori degli Stooges). Fields rimase folgorato dalle incandescenti performance di Iggy Pop e della sua band: accompagnato dall’esplosiva chitarra di Ron Asheton, Iggy si esibiva in spericolari stage diving e pose selvagge, mentre il resto del gruppo ergeva un’imponente muraglia di groove. L’anno successivo la band, dopo aver semplificato il proprio nome in The Stooges, firmò con l’Eleketra, portando alla luce il primo vero capolavoro del proto-punk: The Stooges, prodotto da John Cale. Primitivo e sferzante, ma mai rozzo, il primo album in studio degli Stooges non riscosse il successo che meritava. Le cose peggiorarono con il secondo album Fun House, uscito nel 1970 e prodotto da Don Gallucci. Il sound degli Stooges si fece allora ancora più aggressivo ed esteso, puntellato dal fluire di chitarre e fiati in puro stile free jazz, che relegò in secondo piano il suono della batteria, dal ritmo sincopato e in 4/4.

Durante il tour promozionale del disco, il rapporto tra i membri della band cominciò a incrinarsi, fino a crollare definitivamente a causa della rottura con l’Elektra Records, che voltò improvvisamente le spalle al gruppo. La frustrazione dovuta all’insuccesso e la povertà incalzante condussero gli Stooges nel girone infernale dell’eroina. Ma quando tutto sembrava ormai giunto al termine e la priorità della band era diventata la disintossicazione, David Bowie invitò gli Stooges a Londra, offrendogli una nuova opportunità lavorativa sotto l’egida del suo manager Tony Defries. Gli Stooges accettarono, ma preferirono lavorare senza le intromissioni glam di Defries. Raw Pawer (1972) fu l’ultimo vero album degli Stooges. Durante un live al Michingan Palace di Detroit, la scandalosa esibizione di Ron Asheton, salito sul palco completamente ubriaco, sancì lo scioglimento del gruppo. A partire da quel momento, i membri della band intrapresero strade differenti: Iggy ebbe una florida carriera da solista e Scott Asheton militò in numerose band tra cui i New Order, i New Race e i Destroy All Monsters. Dave Alexander, invece, morì di polmonite nel 1975, a soli 27 anni. Nel 2000 si rincontrarono per una grande reunion, immortalata da Jarmusch in occasione della loro sorprendete esibizione al festival di Chokarella del 2003.

Esaltante e commovente, Gimme Danger è un meraviglioso viaggio intorno alle seducenti sonorità degli Stooges, passando attraverso le scioccanti vicende del loro percorso artistico.

Federica Romanò