Una biografia con una vocazione enciclopedica-musicale. Quasi non si riesce a star dietro a tutti i nomi che hanno attraversato la carriera artistica di George Clinton, soprannominato “Il Primo Ministro del Funk”.Lo scrittore Ben Greenman ricuce le vicende personali e artistiche di Clinton, dando vita a una narrazione in prima persona ricca di avvenimenti. George Clinton. La mia vita funkadelica – reperibile presso la libreria Virginia & Co. di Monza – è una biografia ritmata come la musica di cui è colma: dal Silk Palace, il barber shop di Clinton dove sono nati i Parliaments, fino ai giorni nostri c’è spazio per continui mutamenti e sperimentazioni nel suo sound.

La narrazione prende avvio dalla fine della Seconda Guerra Mondiale, con le bombe sganciate dagli americani su Hiroshima e Nagasaki, di cui un George Clinton conserva vivido il ricordo. Negli anni ’50 il trasferimento dalla Virginia al New Jersey, descritto come il vivaio di una nuova generazione di musica americana, rappresenta un’opportunità incredibile per il giovane Clinton. Jump blues, rhythm’n’blues, mambo e i numerosi artisti emergenti che suonavano nei locali della zona sono stati i punti di riferimento per la sua cultura musicale.

L’ascesa verso il successo viene descritta dall’autore come tortuosa e lunga: le difficoltà nello sbarcare il lunario – all’età di vent’anni era già sposato e padre – e il dilagare della tossicodipendenza si intrecciano a un andirivieni di musicisti nella barberia di Clinton, personalità destinate a diventare le colonne portanti dei Parliaments (Stingray Davis, Fuzzy Haskins, Calvin Simon e Grady Thomas).

In quel periodo, gli anni ’60, entrare nella Motown, come racconta Clinton, rappresenta la mira di qualsiasi artista “del ghetto”: era l’unica etichetta che riusciva a vendere “musica nera” anche ai bianchi, senza rinunciare alla cura minuziosa per lo stile e l’immagine dell’artista. Gli stessi Parliaments sostennero un provino per l’etichetta: non furono scritturati, ma l’audizione fruttò a Clinton un ingaggio come autore. L’uscita dell’acclamato singolo Testify rappresenta il punto di svolta per il gruppo: era il 1967, e si posizionò al numero tre della classifica R&B di Billboard.

La trasformazione da The Parliaments in Funkadelic, dopo il contenzioso con l’etichetta Revilot e l’avvio del progetto parallelo dei Parliament, coincide con il dualismo artistico che scandisce gli anni ’70, dando vita a un numero incredibile di produzioni. I Funkadelic rappresentano il lato più sperimentale del funk, ispirato all’evoluzione che in quel periodo stava attraversando la musica: la diffusione di un rock colmo di composizioni articolate e virtuosismi pone l’accento sulla musica più che sulla presenza live e sull’immagine degli artisti. Con i Parliament, d’altro canto, Clinton vuole puntare a una produzione pop, nel senso commerciale del termine.

Beatles e Dylan rappresentano i punti di riferimento per le composizioni dei Funkadelic degli inizi, che ricercano un impegno politico mascherandolo con quella vena di scherzo e stramberia più volte sottolineata da Clinton durante il racconto. La guerra del Vietnam e la diffusione dell’eroina entrano a più riprese a scandire il flusso della narrazione, funzionando da lente di ingrandimento sulla società di vizi che attraversa i ‘70s. Lo stesso Clinton racconta della propria storia quasi trentennale di dipendenza dal crack.

Il libro fornisce in particolare un focus accuratissimo sugli anni ’80 di Clinton: dalla collaborazione con l’etichetta di Prince – che lo riteneva uno dei massimi geni musicali della sua generazione – e l’avvio della carriera solista alla nascita dell’hip hop e i contenziosi legali per l’uso dei sampling. È incredibile leggere le parole dello stesso Clinton su quanto l’hip hop di oggi debba alla produzione artistica di Funkadelic e Parliament: De La Soul, Rakim, Dr. Dre, Public Enemy, Snoop Dogg sono solo alcuni degli artisti che hanno usato massivamente campionamenti delle loro tracce.

Ma l’esplosione dell’utilizzo dei sampling rivela anche una storia di aggiramenti operati da due ex discografici, Nene e Armen, sin dagli anni ’70 ai danni di Clinton e degli altri artisti dei due gruppi per impossessarsi dei diritti sui pezzi. Negli ultimi capitoli del libro è l’amarezza legata alla consapevolezza di essere stato raggirato, anche a causa dell’uso massiccio di droga durante la carriera, che prende il sopravvento. Ma l’artista non lascia le pagine in prenda alla propria autocommiserazione: alla fine è la volontà di lottare, fomentata dalla convinzione nelle proprie ragioni, a salutare il lettore.

Un punto di vista importante su un autore che ha attraversato mezzo secolo di storia della musica e che ora sente la necessità di comunicare le proprie esperienze alle nuove generazioni – incarnate nell’ultimo capitolo dall’incontro con Kendrick Lamar –, per mettere in luce la bellezza ma anche i punti d’ombra del mestiere della musica. Un libro da leggere tutto d’un fiato, colmo di spunti musicali per approcciarsi al mondo del funk – e non solo – seguendo le parole di chi, di fatto, l’ha inventato.

Gaia Ponzoni