Esistono milioni di risposte alla domanda “Che cos’è il male?” e altrettante sono state fornite dalla storia del cinema. Una delle più curiose resta quella data del padre di Metropolis (1927), Fritz Lang, ne Il Dottor Mabuse (1922). Lo psicanalista dottor Mabuse (Rudolf Klein-Rogge), capo di un’organizzazione criminale, grazie al suo potere ipnotico è in grado di provocare crolli in borsa, vincere nel gioco d’azzardo e appropriarsi di ricchezze, riuscendo sempre a sfuggire dal procuratore distrettuale Von Wenk (Bernard Goetzke) che gli dà la caccia.

L’articolata struttura narrativa gioca sulla mitologia del superuomo deciso a controllare il proprio destino, che in questo caso assume una diversa accezione rispetto a quella dannunziana: il superego di Mabuse, intenzionado ad annientare la società, è un antieroe che affascina, incute timore e ipnotizza lo spettatore. Seppur agitatore di folle contro la polizia dotato di magnetismo e capacità retoriche, Mabuse non riuscirà a far innamorare di sé la donna amata, la contessa Told (Gertrude Welcker). Scoperto infatti il suo rapimento, l’assedio di Mabuse terminerà in una sparatoria che lo costringerà a fuggire nelle fogne, luogo simbolo del mondo dei morti che torna a tormentare l’animo umano con i suoi stessi incubi. Ma anche la fuga si rivelerà inutile, e Mabuse verrà arrestato e rinchiuso in un manicomio: le continue maschere che è costretto a indossare lo porteranno a smarrire la propria identità fino a impazzire, vittima dei propri incubi interiori. Come affermò Platone, il male è un’innata tendenza che esiste “nella parte corporea della sua mescolanza, la quale è proprietà congenita della sua antica natura d’un tempo”.

Tra le pellicole più affascinanti del panorama espressionista, Il dottor Mabuse è un’opera dai tratti profetici che sfrutta il genere thriller per parlare di manipolazione, incarnando così la metafora della Repubblica di Weimar e il modo con cui manovrava le masse attraverso l’abilità oratoria. Il genio espressionista di Lang connette così la pellicola alla condizione della Germania post conflittuale colpita dal crollo finanziario. Mabuse comprende infatti, suo malgrado, che l’unica maniera per sopravvivere è proprio quella di ingannare gli altri, plasmando se stessi e la propria personalità per trarne profitto.

Oltre alla metafora, non manca la ricostruzione fedele dell’epoca storica in cui il film è ambientato, ottenuta grazie alla restituzione del senso del ritmo e della velocità con cui si stava allora trasformando il mondo, ma anche attraverso gli affascinanti demoni dell’epoca: delitti, danze, gioco d’azzardo, occulto, prostituzione, finanza, cocaina e jazz. L’espressionismo emerge nello stile delle scenografie e della fotografia, dalle tinte chiaroscurali, che trasmettono allo spettatore l’effetto shock della confusione mentale di Mabuse, mentre gli effetti speciali regalano una parvenza grottesca alla messa in scena. L’abilità di Lang risiede inoltre nella magistrale immobilità della macchina da presa, che consente una visione a tutto campo dei movimenti dei personaggi.

Tratto dall’omonimo romanzo d’appendice di Norbet Jaques, il film di Lang è il primo di tre capitoli dedicati al malefico Mabuse: il primo si si divide in due parti, Il grande giocatore-un quadro d’epoca (Ein Bild der Zeit) e Inferno-Uomini dell’epoca (Inferno-Menschen der Zeit), mentre nel 1933 esce Il testamento del dottor Mabuse e nel 1960 Il diabolico dotor Mabuse. Come il primo capitolo, anche i successivi si relazioneranno metaforicamente con due momenti storici emblematici della Germania: il nazismo e la guerra fredda.

Proprio in virtù di questa capacità di analizzare la storia anche più controversa, le avventure di Mabuse sono in grado di lanciare anche avvertimenti attuali, in particolare l’ultimo capitolo, che trasmette un messaggio importante: la tecnologia può essere sia benefica che minacciosa, ciò che conta è essere consapevoli della sua potenza, di quanto comporti premere un semplice tasto.

Daniela Addea