Voto

7
 

Dopo il capolavoro del 1971 Il braccio violento della legge (il titolo originale era French Connection) di William Friedkin – il regista de L’esorcista, per intenderci – la mafia corso-marsigliese che a partire dagli anni ’40 gestiva l’esportazione di eroina fino a New York, la cosiddetta French Connection, torna sul grande schermo. Ma questa volta a dipingere lo scenario è un suo connazionale, il promettente regista francese Cédric Jimenez. 

Nonostante sia inevitabile paragonare le due pellicole – la prima delle quali risulta una sorta di prequel della seconda – French Connection riesce comunque a differenziarsi e a conquistarsi uno spazio di larga autonomia rispetto all’ingombrante suo predecessore, risultando qualcosa di più di un mero remake.
Il merito va attribuito alle scelte di regia di Jimenez, molto azzeccate, che prende le mosse dal polar tradizionale, ma lo rinnova spingendo l’introspezione psicologica dei personaggi fino in profondità, a tutto tondo. Lo spettatore, infatti, non è in balia di una miriade di personaggi-tipo manicheisticamente buoni o cattivi che agiscono sul vasto territorio controllato dalla Grande mafia, ma tutto si svolge a livello personale: conosciamo le vite private sia del boss italo-francese Gaëtan Zampa, sia del giudice Pierre Michel – interpretati rispettivamente dai due bravissimi, nonchè bellissimi e abbronzatissimi, Gilles Lellouche e Jean Dujardin – e ci affezioniamo a loro, entrando nell’intimità della loro mente. Jimenez è infatti molto attento a non offrire una visione unilaterale: il punto di vista continua a cambiare e ci vengono presentate tutte le sfaccettature che il traffico di eroina può assumere.

Grazie, inoltre, a una ricostruzione storica fedele, ma al contempo dinamica e frizzante, il lungometraggio procede a suon di camice a righe, basettoni e musica in perfetto stile anni ’70. Il risultato è una pellicola dal ritmo avvincente con continui picchi e ricadute; il climax altalenante creato è di forte effetto, reso tramite il passaggio a soggettive nei momenti di maggior pathos, intensificato da montaggi alternati ed ellissi mozzafiato e supportato da un uso sempre dosato della camera a mano.
Niente sparatorie infinite né retorica ridondante, French Connection è esattamente come i suoi protagonisti: denso, secco e controllato. Armatevi dunque di collirio: anche solo un battito di ciglia vi farà perdere qualcosa di fondamentale.

Benedetta Pini