Voto

7

Viene quasi spontaneo, seguendo un talent show, chiedersi che cosa rimarrà di un interprete una volta spente le telecamere; un quesito legittimo, considerata la quantità di desaparecidos usciti dai format più disparati degli ultimi anni. A volte, però, è necessario adottare un punto di vista distaccato, capace di riconoscere quando l’interprete si fa autore e intraprende un processo di crescita slegato da quello avvenuto sotto i riflettori.

2640 arriva a tre anni da di20 e addirittura a sei dal primo album in studio Riflessi di me, segnando un netto contrasto con i precedenti lavori, privi della caratteristica principale del nuovo lavoro della cantautrice: una lungimirante consapevolezza della corrente artistica contemporanea italianaTredici inediti autobiografici prodotti insieme a Michele Canova, alcuni scritti da Tommaso Paradiso (E se c’era…) e Calcutta (Io non abito al mare, Tropicale e La Serie B), altri dalla Michielin stessa, nei quali spazia dalle sonorità piano e voce di Scusa se non ho gli occhi azzurri – più vicine agli esordi –all’elettronica del precedente di20, ma con un approccio più adulto.

“Se non sto volando allora cosa cazzo sto facendo?” si chiede la Michielin in Comunicare, che insieme a Bolivia, una sottile critica a chi cerca il cambiamento continuo inseguendo falsi miti, tiene alta l’attenzione dell’ascoltatore grazie a ritmiche calzanti, che fanno scorrere i primi cinque brani dell’album in un batter d’occhio. Una spigliatezza che pervade l’intero disco, e che tra molti alti (Tapioca, arrangiata insieme a Cosmo) e pochi bassi (Lava), colloca Francesca Michielin tra le autrici italiane più abili della nuova generazione.

Christopher Lobraico