Voto

7.5

“The show was ending”. Chiudendo un metaforico sipario, June apre High As Hope, punto di arrivo dell’evoluzione della cantautrice britannica dopo il precedente How Big, How Blue, How Beautiful. Steso fra lo studio di South London e di Los Angeles, il disco vanta la partecipazione di colleghi come Jamie xx, Kamasi Washington, Sampha, Tobias Jesso ed Emile Haynie, il secondo componente del gruppo.

High As Hope ha tutti gli elementi welchiani che ci si aspetterebbe: la dirompenza degli arrangiamenti, con un uso massiccio di archi e fiati, i cori e una voce che attraverserebbe le pareti. Notevole è la concretezza dei testi, che aiuta l’ascoltatore a stabilire un contatto più stretto con la cantautrice: meno riferimenti mitologici-onirici e una predilezione per il racconto di esperienze di vita – le droghe, l’anoressia (“At seventeen, I started to starve myself”, Hunger), la scuola, la famiglia.

Il tormento e l’inquietudine tipici della Welch rimangono sullo sfondo, ma attraverso una ritrovata consapevolezza e maturità la cantautrice sembra approdare a una calma inedita, con la quale rivedere il passato, forte della coscienza acquisita nel frattempo. “Grab by my ancles, I was flying for too long” canta in Sky Full of Songs, primo singolo lanciato per preannunciare il disco. Hunger è il prototipo del pezzo scala-classifiche della Welch, e racconta le sue vicissitudini attraverso metafore che richiamano la fame, le mancanze e i problemi che ne derivano. Anche Big God, con il suo approccio “in tensione” dato dall’arrangiamento, affronta la mancanza e il senso di vuoto.

In Grace la Welch fa ammenda nei confronti della sorella, per essersi comportata sempre come la più piccola nonostante fosse la maggiore. South London Forever affronta il tema della dislessia e dei problemi con l’alcol, cantando di quando da giovane girava ubriaca fuori dal Joiners Arms Pub. Patricia, uno dei pezzi più riusciti del disco, è un’ode a Patti Smith e al modo in cui ha influenzato l’evoluzione artistica e umana della cantante. Forse la scaletta del disco poteva rinunciare ad alcuni pezzi “riempitivi” come 100 Years e The End of Love, che rimangono indefiniti in una tracklist invece ben assortita. Infine la chiusura di No Choir: uno stream of consciousness su quanto ascoltato; ovvero: come si fanno a scrivere pezzi quando si è felici?

High As Hope è un ottimo disco di transito. Del resto, è difficile alzare l’asticella dopo il concept album How Big, How Blue, How Beautiful, per il quale la Welch aveva anche pensato di girare un corto insieme al regista Vincent Haycock, dal titolo The Odissey, per unire in una narrazione immaginifica tutti i pezzi del disco. Il punto di svolta sancito da questo disco per la carriera della Welch riguarda più che altro le liriche e le tematiche, ma anche l’approccio, più attaccato alla tangibilità dell’esistenza. Ed è proprio questo che rende Florence Welch una delle poche dive dei giorni nostri.

Gaia Ponzoni