Voto

6.5

Parigi, 1964. Quando decide di accettare di posare per un ritratto del pittore e scultore svizzero Alberto Giacometti, lo scrittore e giornalista americano James Lord pensa che sarà questione di qualche ora. Un pomeriggio, al massimo. Di sicuro non si aspetta il tour de force a cui sarà sottoposto. Quei venti giorni intrappolato nella tana dell’artista vengono raccontati da Lord in un libro biografico, dal quale Stanley Tucci ha tratto il suo film. A interpretare Giacometti è un Geoffrey Rush in grande spolvero, che sfoggia una performance incredibilmente mimetica, restituendo persino l’inflessione, il passo e la postura del personaggio; a lui si contrappone l’apollineo Lord dell’algido Armie Hammer, coadiuvato da un ottimo cast di comprimari.

Con un tale patrimonio attoriale a disposizione, Tucci sceglie di fare un passo indietro e lasciare spazio ai suoi interpreti con inquadrature lunghe, mettendo lo spettatore nei panni della proverbiale mosca che osserva la vicenda appoggiata al muro della stanza, come sembra suggerire lo stile vagamente documentario e l’uso della macchina mano. Ne risulta il ritratto di una personalità enorme, ingombrante, che non può non attirare su di sé le attenzioni e le vite di tutti coloro che la circondano. Una sorta di super gravità in cui viene irresistibilmente attratto non solo Lord, sempre più invischiato nel bizzarro ménage familiare che l’artista porta avanti tra le mura della sua casa-atelier, ma anche lo stesso film.

Tucci vuole costringere lo spettatore a mettersi nella stessa identica situazione dei suoi personaggi: costretto sulla poltroncina del cinema come Lord sulla sua sedia, chi guarda non può far altro che assistere all’eterno ripetersi degli eventi, a un film che si reitera uguale a se stesso come gli infiniti pentimenti d’artista rimaneggiano il ritratto del titolo. Il risultato è una scomoda vicinanza, quasi fisica con il protagonista. Una grande intuizione di regia che, paradossalmente, è anche il tallone d’Achille del film e scoraggia lo spettatore meno propenso ad accettare questo particolare patto narrativo.

Francesco Cirica

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