Le transenne del red carpet si affollano dal primo pomeriggio. L’attesa dell’enfant prodige canadese che ha conquistato pubblico e critica fin dal primo lungometraggio si fa sempre più concitata. Con qualche minuto di ritardo che fa sudare freddo i fan, Xavier Dolan solca il tappeto rosso con grande eleganza e scioltezza, firmando autografi in abbondanza e sfoggiando tutto il suo charme davanti ai fotografi. Nel frattempo si fa chilometrica la fila per accaparrarsi un posto in sala durante la sua masterclass, andata sold out in meno di un’ora (e la stessa sorte è toccata all’incontro ravvicinato con David Lynch, previsto per sabato 4 novembre).

A intervistarlo sul palco di una Sala Sinopoli febbricitante è stato il Direttore Artistico della Festa, Antonio Monda, che esordisce chiedendogli quale mestiere preferisca tra quello dell’attore e quello del regista. Senza esitare Dolan sceglie la recitazione, secondo lui ancor più gratificante quando, in veste di attore, viene diretto da qualcun altro e non da se stesso; confessa infatti che vorrebbe recitare di più, “perché è un mestiere che permette di evolversi, di trasformarsi, di diventare un altro e, quindi, di conoscere meglio se stessi“.

“E J’ai tué ma mère (2009) da cosa nasce?”, chiede Monda. “Semplicemente, dalla necessità di raccontare una storia, di creare film, di iniziare una carriera”. Dolan spiega di non aver mai girato neanche un corto prima, né di aver conseguito studi in campo cinematografico. Dopo aver aver terminato il liceo, sentiva il desiderio di recitare, ma dato che nessuno voleva scritturarlo e il peso della disoccupazione iniziava a diventare insostenibile, decise di scrivere una sceneggiatura sulla propria vita, così da ovviare al problema della concorrenza (chi altro, se non lui, avrebbe potuto interpretare se stesso?), e di investire tutti i suoi soldi nella produzione del film. “Sai, i miei lavori rappresentano sempre un problema da risolvere, e quello alla base di J’ai tué ma mère era la disoccupazione dopo aver lasciato la scuola, ma è stato anche un modo per iniziare la mia vita ed essere un artista. Mi sono creato da solo un’opportunità per realizzarmi“. J’ai tué ma mère è infatti l’unico film prettamente autobiografico, gli altri, spiega Dolan, “sono solo storie che mi stanno a cuore”. 

La conversazione si inoltra in una parentesi tecnica sul piano sequenza, particolarmente amato da Dolan: “È una coreografia, una sfida, che richiede dedizione e attenzione da parte di tutti (attori, fotografi, costumisti…). Ma spesso ci si rende conto che la sequenza non funziona e si taglia, perché diventerebbe eccessiva e schiaccerebbe il ritmo e l’azione del film, mentre per me la situazione, la storia, viene sempre per prima e nessuna idea deve prevalere“. Ma la vera rivelazione è la non-cultura cinematografica di Dolan. “Non ho visto molti film, ho una cultura cinematografica piuttosto lacunosa. È stato il libro Steal Like an Artist a farmi da guida durante il mio percorso. Il volume spiega che il furto artistico è fondamentale per capire chi sei: inizi che sei fasullo come artista e poi diventi reale, ripeti quelle idee finché non maturi e diventano tue. Poi sarà qualcun altro a rubare le tue idee”.

A partire da una clip del finale  di Lawrence  Anyways, la conversazione si sposta sul rapporto tra libertà e felicità. Dolan descrive i suoi protagonisti come persone piene di speranza, che lottano per essere ciò che sono, nonostante la società abbia un problema nei loro confronti: si tratta di persone autentiche, capaci di mettere gli altri di fronte alla loro falsità. A differenza dei film definiti da Dolan “poor pornography”, ovvero lavori incentrati sugli emarginati senza chance, su persone prive di speranza e di fortuna che non lottano e, se lo fanno, perdono, le pellicole del regista canadese sono animate da persone che cercano di trovare il loro spazio e, anche se falliscono, è sempre colpa della vita e della società, non loro.

Arriva poi la classica domanda di rito: “Quando hai deciso di diventare un regista?”. “Non c’è stato un momento preciso, forse quando a 8 anni ho visto Titanic. Confesso che è il mio film preferito: è una produzione grandiosa, un capolavoro dell’intrattenimento moderno, ma è anche un film che mi ha ispirato e spinto a seguire i miei sogni. Comunque, il vero motivo che mi ha portato a diventare un regista è stato il piacere di raccontare una storia; recitare era solo una sorta di scusa”. L’incontro si avvia alla conclusione con l’elogio di Dolan a un film italiano: Call Me By Your Name di Luca Guadagnino. “È un film tenero, saggio, profondo e intenso, che cambia il modo in cui vedi il cinema e l’amore. Ti insegna la bellezza della sofferenza e la celebra: è il dolore che ti permette di creare, che ti apre tante porte. I miei film sono sempre nati da un cuore spezzato”.

Nonostante la gaffe con una clip sbagliata in chiusura dell’incontro (tratta da Mysterious Skin), che per qualche minuto ha fatto calare il gelo in sala, l’enfant prodige saluta Roma con una sequenza scelta personalmente: il magnetico primo piano di Nicole Kidman in Birth – Io sono Sean di Jonathan Glazer.

Benedetta Pini