Giunto alla sua 26esima edizione, il Festival di Cinema Africano, d’Asia e America Latina è tornato a Milano anche quest’anno dal 4 al 10 aprile, l’unica manifestazione in Italia interamente dedicata al panorama cinematografico dei tre continenti. Il festival ha visto la presentazione di lungometraggi, cortometraggi e documentari divisi in 6 sezioni: Concorso Lungometraggi “Finestre sul Mondo”, Concorso Cortometraggi Africani, Concorso Extr’A, E tutti Ridono, Flash e Designing Futures.

Il Concorso Lungometraggi “Finestra sul Mondo” ha raggiunto pienamente il suo obiettivo: mostrare i lati più nascosti delle culture protagoniste, al di fuori dell’immaginario comune. Tale aspetto è emerso soprattutto dal lungometraggio Les Empreintes Douloureuses (Le impronte dolorose, 2015) di Bernard Auguste Kouemo Yanghu. La storia di una giovane francese di origini camerunensi che decide di rifarsi il naso e accoglie sua madre dall’Africa mostra il contrasto tra due generazioni ormai antitetiche. I primi piani sulle protagoniste insieme ai dialoghi aporetici esprimono una sofferenza e un’incomunicabilità di sensi radicate da anni di vissuti, ambienti e culture agli antipodi tra loro.

Rosa Chumbe di Jonatan Relayze Chiang mostra un Perù inedito: il regista entra nelle problematiche che affliggono molte famiglie sud-americane, senza volerne indagare i “perché” ma solamente i “come”. Rosa, donna frustrata e piegata dal gioco d’azzardo e dall’alcol, si trova costretta a prendersi cura del nipote; così il sentimento materno di Rosa che si era del tutto annullato rifiorirà, ricevendo anche un aiutino dalla Madonna. Ecco che emergono le problematiche familiari sud-americane e la devozione quasi idolatrica nei confronti dei simboli della religione cristiana. Il regista offre meravigliose inquadrature dei luoghi che caratterizzano la vita di Rosa, immagini di semplice quotidianità che fungono da finestra sulla società multietnica peruviana. La sezione, vinta da Madame Courage e We’ve never been kids, tratta temi molto vari, ma ciò che accomuna tutti i film in concorso è la rappresentazione di personaggi che, afflitti da problemi politici, economici, piuttosto che di coppia, decidono di non arrendersi e cercano di ribellarsi per migliorare la propria condizione. Una vittoria particolarmente meritata quella di We’ve never been kids di Mahmood Soliman, unico documentario in concorso. Il film segue per 13 anni la vita di una donna egiziana divorziata dal marito violento insieme ai suoi figli, con tutto ciò che ne consegue: la fame, la povertà e i pregiudizi della gente verso di lei in quanto donna sola. Il documentario dipinge un toccante e realistico quadro dell’Egitto odierno, denunciando la gravità della situazione proprio dal punto di vista di chi ogni giorno è costretto a lottare per sopravvivere.

Una visione altrettanto documentarista della situazione africana è fornita dal Concorso Cortometraggi Africani. Nella sezione è presente una grande varietà di tematiche, ambientazioni e vicende, a partire dal corto vincitore, The Mocked One di Lemohang Jeremiah Mosese. Il film racconta la storia di una ragazzina che, dimostrando grande coraggio, dedica tutte le sue forze al tentativo di salvare la fattoria del padre. Tra i corti in concorso spiccano anche Dry Hot Summer, divertente storia di un uomo malato di cancro che, diretto all’ospedale per sottoporsi alle cure, rimane coinvolto nei preparativi del matrimonio di una sposa incontrata per caso su un taxi; e This Migran Business del keniota Ng’endo Mukii, un film d’animazione che racconta il dramma dell’immigrazione clandestina. Il fenomeno non è che un circolo vizioso che parte per dai trafficanti e, corrompendo la polizia, supera ogni confine. Le suggestive animazioni con movimenti volutamente non fluidi vedono riflesse sui vestiti dei personaggi pagine di giornale per rimandare agli Stati che molto scrivono riguardo al problema, ma poco riescono a fare.

Può essere considerata il simbolo del festival la sezione Designing futures, in quanto fornisce un riassunto delle tematiche trattate da gran parte dei film presentati. La rassegna introduce gli spettatori alle originali visioni politiche elaborate da artisti di diversi campi, illustrandone i progetti sociali orientati verso un futuro migliore, di “ricerca dell’identità africana”. Prossimamente uscirà la nostra intervista a Mpumelelo Mcata, regista di Black President, che espone il progetto di libertà e democrazia dell’artista Kudzanai Chiurai.

Alessia Arcando e Valeria Fumagalli