I colori di continenti lontani hanno invaso il distretto di Porta Venezia di Milano e l’auditorium San Fedele dal 18 al 25 marzo in occasione della 28esima edizione del FCAAL, Festival del Cinema Africano, Asiatico e dell’America Latina. La rassegna è stata vivacizzata da una serie di mostre, degustazioni, workshop ed eventi che hanno costellato i luoghi delle proiezioni, regalando pause di cultura e relax a tutti i festivalieri. Ma quel che davvero ha stupito è stata l’alta qualità dei prodotti filmici, provenienti perlopiù da produzioni lontane nello spazio e dalle logiche mainstream.

La telenovela errante, Raùl Ruiz e Valeria Sarmiento, Cile, 1990-2017
La telenovela errante è allo stesso tempo un sogno e un film. La realtà cilena dei primi anni Novanta, la prima spinta di rinascita alla cacciata del mostro Pinochet viene trasformata dalle mani di Ruìz e Sarmento in soap opera, o più precisamente in diverse soap: la tragedia di un Paese allo sbando diviene così raccontabile, persino ridicola per certi versi. Straordinario e ordito su una trama di giochi metacinematografici, in un affastellarsi di scene provenienti da svariati spettacoli e collegate da transizioni che spesso ricorrono a espedienti onirici e surrealisti, il multiuniverso della telenovela permette ai registi di dare origine a una commedia folle, a un gioco geniale che parla di una tragedia storica.

Of Fathers and Sons, Talal Derki, Germania/Siria/Libano, 2017
Uno dei pochissimi mezzi che sono riusciti a penetrare la scura nube attorno a cui si sviluppa il Califfato Islamico è la telecamera di Derki. Fintosi simpatizzante del regime, è riuscito a ottenere un pass come fotografo di guerra e la possibilità di seguire un miliziano in ogni fase della sua routine quotidiana. Così è svelata la doppia faccia di un estremista islamico: terribile guerriero nel corso della giornata, affettuoso e dolce padre tra le mura amiche – inutile dire che la figura della donna, del tutto allontanata dalle inquadrature, inquieta proprio per la sua assenza. Un documentario mozzafiato, che concentra poi l’attenzione sui due figli adolescenti del soldato, l’uno aspirante fanatico, l’altro dedito alla scuola, nella vana speranza di un futuro migliore. Fanno da sfondo un Paese divelto dalla guerra e straordinari campi lunghi su una terra che mantiene la propria bellezza persino in momenti così bui.

The Bomb, Ralston Gonzalez Jover, Filippine, 2017
Manila è un luogo curioso e caotico: tra venditori ambulanti, abitazioni di cartone ammassate l’una contro l’altra e rifiuti di ogni genere si sviluppa la storia di Pipo (Allen Dizon), sordomuto sulla quarantina che bighellona in un Paese senza padrone in compagnia di quella che si suppone sia sua figlia, l’unica persona che permette un tramite tra lui e il mondo esterno, immerso nel caos di una metropoli-formicaio. Il canovaccio, che sembra quasi ricalcare una storia di borgata immersa nella realtà delle Filippine, si tinge di noir e poi di dramma. Il lungometraggio è un vero e proprio gioiellino, che sfrutta la camera a mano in maniera sapiente e disturbante. Tra esecuzioni sommarie e crudeli storie di famiglia, è la distinzione tra giusto e sbagliato a perdere la sua realtà dicotomica.

Une Saison en France, Mahamat Saleh Haroun, Francia, 2017
L’opera del regista originario del Ciad è un film su una tragica perdita: la morte di una madre uccisa dalla milizia centroafricana mentre cercava di fuggire con la famiglia verso la Francia. Il marito, una volta raggiunta l’Europa, vivrà tra il ricordo della moglie e la lotta per la sopravvivenza sua e dei figli. La pellicola affronta in maniera magistrale il tema della diversità e dell’integrazione in una Paese che dovrebbe essere il faro per molti richiedenti asilo, ma che dopo le campagne di odio degli ultimi anni è invece pregno di ostilità. Oscillante tra felicita e disperazione, il film predilige campi totali che sottolineano la strenua unione e la solidarietà della famiglia, nonostante tutto.

The Fifth Point of the Compass, Martin Prinoth, Italia/Germania, 2017
Il docufilm si apre con una strabiliante inquadratura in campo lunghissimo sulle Dolomiti. Una voice over racconta la sensazione che si prova a vivere in un luogo magico come quello. C’è chi, però, nonostante la tranquillità di un posto sicuro, si è sempre sentito un estraneo: si tratta di Markus, un ragazzo di origine brasiliana adottato da una famiglia italiana residente in provincia di Bolzano. Il regista segue Markus fino in Brasile, dove culmina la ricerca di un punto di riferimento nel mondo, delle proprie radici e della madre biologica. Il mare è il simbolo dell’opera, divide e unisce due mondi completamente diversi nei confronti dei quali Markus si sente comunque un estraneo. Come lui, dal 1990 a oggi, sono partiti più di 20 mila bambini dal Brasile che non hanno mai chiesto di vivere in un luogo che non sia il Paese dove sono nati.

Giardini di Piombo, Alessandro Pugno, Perù/Italia/Spagna, 2017
In Perù, a più di 4000 mslm, una maestra e i suoi alunni fanno una scoperta scioccante: la montagna in cui tutti gli uomini della comunità lavorano come minatori sta inquinando irrimediabilmente le acque della regione, intossicando animali e abitanti. Un’importante denuncia dell’analfabetismo minorile, a cui quell’unica insegnante cerca di porre rimedio, e dei soprusi dei magnati del carbone. Con estrema sensibilità il regista si addentra nella vita dei minatori e delle loro famiglie, in perpetuo dissidio tra la salvaguardia della loro salute e la necessità di sostenere le loro famiglie. Un’opera che arriva dritto allo stomaco dello spettatore e raggiunge il suo apice nel finale, quando l’alunna prediletta della maestra, che ambisce a continuare gli studi al di fuori del Paese, apre la busta lasciata dal padre: “Ti lascio questo affinché tu possa realizzare i tuoi sogni”.

Cortometraggio: Another Sunny Day, Tim Huebschle, Namibia, 2017
Un cortometraggio che trasforma la realtà quotidiana di un albino della Namibia in un piccolo frammento lirico, riuscendo a raccontare, trasfigurandola, la realtà di una piccola comunità ai confini del mondo. Essere albini significa non poter fronteggiare la forza del sole nelle ore più calde della giornata, ma non significa odiare l’astro che illumina il nostro pianeta: sono allora le fasi liminali del giorno, l’alba e il tramonto, che Paulis predilige, uscendo di casa e affrontando una terra di fuoco. Il protagonista svela il proprio volto solo all’ultimo fotogramma, nascondendosi in prima battuta e raccontando il Paese in voice over, con amore e trasporto.

La 28esima edizione del festival si è conclusa lasciando la città di Milano con tanto di cui parlare: temi come l’immigrazione, la diversità etnica e di genere, la lotta per i diritti civili e la guerra sono stati toccati affrontati e sviscerati, dando vita a un quadro completo di argomenti che determinano ormai da tanto tempo la nostra contemporaneità. Non da meno la continua ricerca operata dal festival nei confronti di produzioni cinematografiche innovative e fuori dagli schemi, che hanno reso il festival qualcosa di unico nel suo genere.

Ambrogio Arienti e Mattia Migliarino