Voto

7.5

Come tante casalinghe disperate prima e dopo di lei, ma anche come le principesse di svariate fiabe, Mrs Fairytale è una prigioniera, sia fisicamente che psicologicamente. È prigioniera di una bomboniera (col solo conforto dei confetti… alcolici), di un piccolo palcoscenico da cui non può scendere né per struccarsi né per svestirsi, di una casa delle bambole in cui lei è la serva, anche se indossa gli abiti fastosi della padrona. È praticamente in vetrina, esposta allo sguardo critico di vicini e passanti ed è soffocata dalla necessità – stringente come i bustini con cui assottiglia la propria vita – di essere tutto ciò che ci si aspetta da lei. Per fare un parallelismo anacronistico, dato che vive sotto la presidenza Eisenhower (1953-1961), Mrs. Fairytale è una Melania Trump ante litteram, reclusa in una Casa Bianca caleidoscopica e asfissiata da una dolce metà (che non è né dolce né metà, ma più un 95%) caricaturalmente maschile.

Mrs Fairytale, cioè Filippo Timi, è la protagonista di Favola (al cinema dal 25 al 27 giugno), trasposizione cinematografica dell’omonima commedia teatrale di Timi (a cui mancava l’happy ending chiarificatore) nonché debutto alla regia di suo marito,  Sebastiano Mauri. Quest’ultimo firma un film che confonde e incuriosisce, e che definire stravagante è riduttivo, nel quale le star sono tanto gli interpreti quanto tutti i membri del settore tecnico (con una menzione particolarissima per il costumista Fabio Zambernardi).

Tra Douglas Sirk e Marc Cherry, tra La fiamma del peccato e Mad Men, Favola fa un’infornata di citazioni che neanche Quentin Tarantino; parecchie recensioni – con la benedizione di Timi e Mauri – hanno legittimamente chiamato in causa anche l’Hitchcock de La donna che visse due volte, ma la struttura del film può far pensare piuttosto a Psyco, visto che anche in questo caso il finale permette in extremis di razionalizzare tutto ciò che si è visto, con la differenza che in Favola Norman Bates/Mrs Fairytale accetta se stess* e vive felic* e content*, attorniat* da una numerosa prole… vestendo, per giunta, abiti decisamente più fashionable di quelli della vecchia madre bigotta.

In un film che scorre per i primi ottantacinque minuti completamente senza punti fermi – i panorami che si intravedono fuori dalla finestra della casa/giostra di Fairytale continuano a cambiare, e persino il suo barboncino impagliato, Lady, si sposta senza meta – ciò che emerge è un messaggio cristallino, che si può riassumere così (senza incorrere in involontari spoiler): è indispensabile capirsi e amarsi per quello che si è, e quindi vivere di conseguenza  infischiandosene del giudizio altrui. Se questo precetto tanto basilare quanto potenzialmente doloroso non viene rispettato, persino la casa più confortevole e variopinta diventa una tetra prigione, e tutto l’apparato di ninnoli e fronzoli diventa solo una patetica fasciatura per mascherare un’anima ulcerata.

Andrea Lohengrin Meroni