Voto

7

La festa è finita e le luci dell’alba attraversano le pesanti tende di un hotel qualsiasi in un giorno qualsiasi. È questo il momento in cui “il cliente preferito di Dio”, dall’alto della sua sconosciuta umiltà, è pronto a confessarsi.

Josh Tillman, che vi stia simpatico o meno (e potete stare certi che a lui non importerà), torna con il suo quarto album sotto il nome di Father John Misty. Se nel 2017 con il controverso Pure Comedy concepiva un disco complesso, orchestrale e aeroso, a solo un anno di distanza, con God’s Favorite Costumer, lo sconfinato ego di Tillman trova una dimensione più intima e compressa, quasi claustrofobica.

Reminiscenze stilistiche alla Elton John nelle ballate pop dal cantato preciso e vibrante di brani come Just Dumb Enough to Try e nella title track vi accarezzeranno placide prima della calma straziante e oscura di The Palace, nella quale i tasti del pianoforte cadranno pesanti come macigni sulle vostre teste. Nell’autobiografica Mr. Tillman – brano che sarebbe caro ai The Eels – narrando della sua irregolare touring life nei versi “Let’s see here, you left your passport in the mini fridge And the message with the desk says here the picture isn’t his” vi illuderà con note solari che nascondo depressione cosmica condita da cinismo e ironia.

La “dantesca” Pure Comedy prosegue il suo naturale cammino in questo nuovo disco, sfociando nel mood solenne di Please don’t die. Josh Tillman si sveglia nell’ennesima stanza d’hotel in compagnia di bottiglie vuote e silenzi, prima di essere traghettato da un Caronte negli inferi ed essere infine recuperato sull’orlo della fossa dall’amata moglie Emma nelle vesti dell’iconica donna salvifica.

Dieci brani scritti in sole sei settimane nella stanza di un hotel newyorkese come fosse un esercizio terapeutico per esorcizzare la solitudine, creando una gabbia dove espiare i propri demoni, ritrovare il portafoglio lasciato nel mini-frigo di chissà quale hotel e tornare a casa dall’amata Honeybear.

“Are you ready Mr. Tillman?”

Melania Bisegna