1. Back in Black

La tragicomicità tipicamente coeniana degli eventi torna a dipingere di nero anche questa terza stagione, impreziosita da una fotografia ricercata, da vorticosi movimenti di macchina memori di Wenders e dal talento dell’ideatore Noah Hawley (al lavoro anche su Legion), che lega il prodotto alle altre stagioni con il solito filo conduttore noir ma senza creare nello spettatore l’indolenza del déja vù.

2. Nel posto sbagliato al momento sbagliato

Una miriade di intrecci e coincidenze al limite dell’assurdo rendono il Minnesota la patria dell’irrazionalità. La faida tra i fratelli Emmit e Ray Stussy, interpretati da un camaleontico Ewan McGregor capace di caratterizzare a tutto tondo due personaggi agli antipodi, scatenerà il solito modus operandi à la Fargo, che in un climax vorticoso di malintesi, sangue e follia fa emergere le destabilizzanti vicende dei coprotagonisti Nikki Swago (Mary Elizabeth Winstead, vera femme fatale) e Gloria Burgle (una fantastica Carrie Coon, incoronata regina del piccolo schermo anche grazie a The Leftovers).

3. L’abito fa il monaco

Il bulimico V. M. Varga (un ipnotico David Thewlis) è il villain che era mancato in quel meraviglioso caos orchestrato magistralmente della seconda stagione. A differenza della silente follia omicida di Lorne Malvo (villain della prima stagione), il suo fare rassicurante e la sua intelligenza raffinata da businessman senza scrupoli fomentano il presentimento che ogni sua mossa si tramuti in una calamità per chi gli sta intorno, fagocitando progressivamente le vite dei provincialotti che malauguratamente si intrecciano alla sua. Eppure non sembra altro che un semplice uomo medio, un uomo qualunque e dall’aspetto sciatto; travestimento astutissimo di un diabolico burattinaio invisibile in una società in cui l’apparenza gioca un ruolo cruciale.

4. Pussy Power

Al polo opposto rispetto a Varga si posiziona l’agente Gloria Burgle, vittima di un’invisibilità che le impedisce di ritagliarsi il proprio spazio nel mondo e di essere considerata sul posto di lavoro, ma anche di far scattare le fotocellule delle porte automatiche. Schiacciata da un ambiente fortemente maschilista, le sue doti investigative verranno riconosciute solo da un’altra donna poliziotta, insieme alla quale riuscirà a risolvere un caso che tutti i loro colleghi avevano solo fretta di archiviare. Vendicativa e ammaliante, Nikki Swango è l’unica a riuscire a tenere testa a Varga e ad aiutare concretamente Gloria, ma il tragicomico karma coeniano provvederà a punirla prima che possa portare a termine il proprio piano.

5. Una storia vera?

Come l’omonimo film del 1996, la serie TV presenta il medesimo cartello d’apertura: “Quella che vedrete è una storia vera. I fatti narrati sono accaduti in Minnesota nel 2010. Su richiesta dei superstiti, abbiamo usato dei nomi fittizi. Per rispetto delle vittime, il resto è stato riportato così com’è accaduto.” Ma, come dichiarato più volte dai fratelli Coen, di vero c’è forse qualche cenno ad alcuni fatti di cronaca. Come mai questa premessa? Semplicemente perché avrebbe permesso agli autori di osare, di mettere in scena qualsiasi evento, anche il più assurdo, e qualsiasi personaggio, anche il più sadico e crudele, senza che il pubblico dubitasse della sua credibilità: una definitiva sospensione dell’incredulità. Geniale, soprattutto, è l’effetto straniante e inquietante del cartello sullo spettatore: il turbinio di follia a tratti nonsense a tratti terribile non è relegato nel distante e rassicurante mondo della fiction, è reale.

Christopher Lobraico e Benedetta Pini