Entrare nello studio Everybody On The Shore di Milano (via Don Ernesto Vercesi, 13) è un’esperienza quasi mistica, un imprevisto salto temporale entro uno spazio sotterraneo, contemporaneamente dentro e fuori dalla realtà. Frutto del pensiero laterale dei due fonici Giacomo Zambelloni e Giulio Farinelli, intenzionati a creare una comfort zone a misura d’artista, lo studio nasce con lo scopo di incidere dischi isolando dal quotidiano la mente dei musicisti per stimolarne la creatività durante le registrazioni, rigorosamente in presa diretta. Everybody On The Shore è il riadattamento di un vecchio e noto studio degli anni ’80 – qui hanno prodotto Ivano Fossati, Fiorella Mannoia, Fausto Papetti e Fred Bongusto –, rimodellato a partire dalla formula “l’antico nel nuovo” (o viceversa): è un nucleo attorcigliato di epoche, luoghi e usanze differenti tradotti in uno stile permeabile (vintage ma moderno), dotato di ovvia coerenza nel suo essere anacronistico, inebriante ed estremamente accogliente.

Lo scorso novembre abbiamo fatto un’incursione nello studio per assaporarne l’atmosfera e toglierci qualche curiosità scambiando due parole con uno dei padroni di casa: Giacomo Zambelloni.

Everybody On The Shore nasce da uno studio già attivo negli anni ’80, che voi avete ribattezzato, rinnovato e riutilizzato. È corretto? Per quanto riguarda il vostro approccio alla produzione, invece, che rapporti avete con il passato?
Non guardo al passato in maniera nostalgica, tutt’altro. Ho uno stile tendenzialmente moderno e mi occupo molto anche di elettronica, oltre che di indie e pop. Fare paragoni tra passato e moderno è un po’ come parlare di analogico e digitale. Molti direbbero che il primo ha un suono più caldo del secondo e addurrebbero solo argomentazioni tecniche. Ciò che a me interessa, invece, è sentire la concentrazione del musicista durante la registrazione su nastro: in quel magico momento anche le più piccole imperfezioni diventano belle e danno un senso di verità alla canzone. Questo è il genere d’approccio che mi piace usare quando lavoro in studio. Al contrario, con l’avvento del digitale, data la possibilità di sovraincidere all’infinito, si ha la tendenza a raggiungere una perfezione maniacale nel registrare che rende tutto più impersonale.

Cosa intendi per “presa diretta”? Registrate con un unico microfono tutti i musicisti accorpati nella stessa stanza o create qualche tipo di isolamento?
La presa diretta si articola in due categorie: la prima era molto utilizzata negli anni ‘50 e ’60 e prevede che tutti i musicisti suonino insieme nella stessa sala, registrati con pochissimi microfoni (esattamente come incidevano le loro canzoni Muddy Waters, Etta James e Chuck Berry in Cadillac Records, per usare un’immagine cinematografica). In questo caso il fonico deve riuscire a capire quali siano le proprietà acustiche della stanza e posizionare di conseguenza i musicisti. Nella sala grande di questo studio, ad esempio, un approccio del genere è assolutamente fattibile: la stanza ha un buon riverbero e dona alle registrazioni un sound molto anni ’70. È una sala viva, in cui i suoni riescono a mantenere il giusto equilibrio. La presa diretta che si pratica oggi prevede invece dei meccanismi di isolamento: è consuetudine posizionare i musicisti in stanze separate, purché si conservi il contatto visivo tra gli artisti e, di conseguenza, l’interplay. Questo secondo metodo è l’ideale se si hai intenzione di fare degli overdub.

Una curiosità: gli interventi secondari (overdub) sono quelli che hanno spinto Brian Eno a paragonare il lavoro fatto in studio alla scultura e a parlare dello studio di registrazione come di uno strumento compositivo. È un’idea in cui pensi di ritrovarti?
Si, assolutamente. Esistono diversi modi di produrre un disco. Uno molto diffuso, per esempio, prevede proprio una produzione sottrattiva. Rick Rubin è un produttore esemplare in questo: mi hanno raccontato che durante le registrazioni del nuovo album di Jovanotti, Oh, Vita!, faceva suonare ai musicisti più versioni della stessa parte e realizzare numerose sovraincisioni. Una volta finito il lavoro di registrazione chiedeva al suo fonico di far suonare tutte le tracce contemporaneamente e, chiudendo gli occhi, dettava per filo per segno quali parti sovraincise andassero tolte. L’esempio di Eno era perfetto; infatti, lavorando in studio sulle take registrate, alla fine della produzione, la regola è sempre quella di sottrarre.

Manuel Coen

Mi parli di tutte le bobine a nastro che sono sparse per lo studio?
Molte di loro sono nuove e pronte per essere incise, ma uno degli aspetti più affascinanti del nostro lavoro riguarda i master tape. La digitalizzazione di vecchi nastri è un processo che ci è capitato e ci capita di eseguire in svariati contesti: da lavori su bobine d’autore a quelle di una band di amici di vecchia data conservate in qualche soffitta. Di recente ci è capitato di trasferire in formato digitale Far finta di essere sani di Giorgio Gaber. Le due bobine a 16 piste originali del 1973, contenenti il multitraccia dell’album, sono state conservate per più di quarant’anni nell’archivio dell’etichetta Carosello e dovevano essere restaurate per un documentario che sarebbe uscito a breve. Mi sentivo addosso una certa responsabilità per quanto riguarda questa operazione, data l’unicità del nastro e il delicato trattamento termico a cui spesso devono essere sottoposte pellicole così vecchie ai fini del restauro. Fortunatamente in questo caso lo stato di conservazione dell’album di Gaber era ottimale e non è stata necessaria nessuna procedura invasiva.

Gli ambiti di interesse musicale e professionale del tuo socio Giulio Farinelli coincidono con tuoi?
Giulio, ligure di nascita, viene dal punk (in passato ha realizzato dischi come quelli dei Klasse Kriminale) ed è a contatto con molti generi di sottocultura rockabilly e hardcore. Proveniamo da due realtà diverse e questo ci permette di avere più punti di vista alternativi sulle cose, di ascoltare nuova musica e di stimolarci a vicenda. Abbiamo un’ottima intesa e quando ci capita di lavorare insieme in studio rendiamo al meglio – si può trovare una dimostrazione di questo sulla pagina YouTube del format All Around Sessions realizzato per Bantamu (un hub per professionisti audio e video). Nell’ultimo mese abbiamo realizzato insieme diversi lavori, utilizzando anche stili differenti. Un ottimo esempio potrebbe essere il disco jazz con i due sassofonisti contralti Gianni Mimmo e Harri Sojostrom e il live del singolo di Yombe per Boiler Room. Produrre dischi non è la sola cosa che facciamo, ci occupiamo anche di sonorizzazioni in foley, post-produzioni di film e cortometraggi del cinema indipendente. Per esempio, l’ultimo lavoro di cui ci siamo occupati, L’ultima Pop Star, ha vinto il primo premio al Festival dei Popoli di Firenze.

Federica Romanò

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