Voto

5

Attesissimo e largamente pubblicizzato, il nuovo film della Universal non è all’altezza delle aspettative. Dopo Gravity e Birdman, quest’anno è stato proprio Everest ad aprire la 72a Mostra Internazionale dell’Arte Cinematografica di Venezia – per ulteriori informazioni sul festival cliccate qui –, film che, però, non regge il paragone con le altre due pellicole.

Everest racconta la vera storia di una spedizione del 1996 finita in tragedia, già trasformata in narrazione dal bestseller dello scrittore Jon Krakauer, uno dei sopravvissuti; ciò non deve però giustificare una sceneggiatura così debole. Chiaramente non si tratta di un documentario, considerati i molti elementi irrealistici (camminare a 4.000 metri con uno zaino enorme come se si passeggiasse su un lungomare), ma al contempo gli sceneggiatori Simon Beaufoy e William Nicholson non hanno osato intervenire sulla realtà enfatizzando gli aspetti che avrebbero alzato il livello del film. Tra i fatti e il lungometraggio si pone – o dovrebbe porsi – il mezzo cinematografico, di cui anche il regista Baltasar Kormàkur sembra essersi dimenticato: regia lineare, timorosa di spingersi oltre lo standard da blockbuster hollywoodiano – l’unico spunto interessante è l’alternanza tra la gelida situazione sull’Everest e le famiglie al calduccio nei loro salotti.

Questa mancanza di forza e di profondità causa lacune nello sviluppo drammatico e nella conseguente empatia da parte del pubblico. I personaggi, oltre a essere delle maschere piatte, sono troppi e nessuno viene dotato di introspezione psicologica né di caratterizzazione: sono delle ombre senza anima né passato, che sembrano trovarsi lì per caso e, a parte una brevissima chiacchierata serale sul “perché scalare”, i dialoghi che si scambiano sono insignificanti. La vera protagonista diventa così la Montagna, con la “M” maiuscola, dalla vetta irraggiungibile, la cui maestosità rimanda al Sublime di Burke e Schiller, ma anche di Rousseau (filosofo nonché uno dei primi alpinisti della storia). Rimane certamente un buon prodotto estetico, ma sfido chiunque a girare delle sequenze “brutte” in luoghi del genere – il film è stato girato tra Nepal, Val Senales (Alto Adige) e Cinecittà (Roma).

L’ennesimo esempio di un’occasione sprecata.

Benedetta Pini