Voto

4

Durante la visione di Eva di Benoît Jacquot, presentato all’ultima edizione della Berlinale, affiora un certo prurito, un fastidioso pizzicore la cui origine è poco chiara, che cresce sequenza dopo sequenza. Un prurito che anima la noia di una scrittura senza spessore, appiattita da una narrazione indolente e confusa. Solo verso il finale del film questa sensazione prende forma: Isabelle Huppert non è al posto giusto.

Pare oltraggioso muovere critiche a un mostro sacro del cinema contemporaneo come la Huppert, ma c’è qualcosa che stride tra lei e il suo personaggio, la magnetica prostituta d’alto bordo Eva. Qualcosa nella sua fisicità gracile, nel rigore del suo sguardo glaciale e nell’andatura sghemba collide con l’idea procace e sensuale di Eva. Il confronto – spontaneo quanto inevitabile – con Jeanne Moreau, che interpreta lo stesso personaggio nel film del 1962 di Joseph Losey tratto, come quello di Jacquot, dal romanzo Eve di James Hadley Chase, è assai svantaggioso per la bella Isabelle. Interpretazione in ogni caso ben migliore di quella del protagonista Gaspard Ulliel, scialbo e fuori parte.

Eva vorrebbe, forse, aspirare a tinte noir e ombreggiarsi di venature thriller, ma resta confinato in un dramma pseudo-psicologico senza carattere né inventiva. Anche le sequenze più cupe, cucite da un montaggio brusco e maldestro, perdono propulsione drammatica dissipandosi in dialoghi sconclusionati.

Giorgia Maestri