Il 19 gennaio 2016 è un giorno nefando per il cinema italiano. Muore uno dei più grandi esponenti e fautori della commedia all’italiana e in generale di quella stagione a cavallo tra gli anni ‘60 e ‘70 che ha radicalmente cambiato il nostro modo di fare e vedere cinema, operando una vera e propria rivoluzione stilistica posteriore al neorealismo. Dieci anni prima ad andarsene era Mario Monicelli, e già nell’aria si respirava una certa tristezza artistica. Nonostante quel cinema fosse ormai morto e sepolto da un po’, sopravviveva nelle parole e nelle testimonianze di chi l’aveva messo alla luce.

Ettore Scola è ricordato dai più per capolavori come C’eravamo tanto amati (1974), per la sua regia dall’ampio respiro e per la sua magnifica capacità di gestire attori del calibro di Vittorio Gassman e Nino Manfredi. Ma la sua importanza nella storia del cinema italiano risiede anche in altro, precisamente nella scrittura. È grazie a lui che la commedia all’italiana prende piede e progressivamente si ritaglia una realtà concreta e precisa, nel pieno degli anni ’50 – alle soglie del famoso boom dell’economia italiana – ; un periodo d’oro, energico, ma quanto mai fragile e sempre più “caratteristico” nella descrizione degli anti eroi sul grande schermo. Il termine “caratteristico” si rifà proprio alla categoria attoriale predominante all’epoca, magnifica ed esemplare nel ritrarre una galleria di visi e smorfie figli della commedia dell’arte. Ettore Scola e i suoi colleghi facevano infatti un grande uso del primo piano, convinti che le serie di nasi storti e smorfie italiche fossero più eloquenti di mille sceneggiature.

Finita la parentesi del neorealismo rosa, Ettore Scola firma nel 1962 il film capostipite della commedia all’italiana – termine preso in prestito dal magnifico Divorzio all’italiana (Pietro Germi, 1961) –, Il sorpasso (1962), insieme a Dino Risi e a Ruggero Maccari. Dopo quel film nulla sarà più lo stesso. Per i successivi vent’anni i registi e i produttori più lungimiranti avrebbero puntato tutto su queste nuove spalle della commedia italiana. Non sarebbe potuto esistere un genere migliore per descrivere socialmente e storicamente la storia del nostro Paese durante quel periodo, unendo la risata al pianto, l’indagine sociologica a quella storica. Eravamo tutti pupazzi nelle mani di Scola, Monicelli, Risi, Germi…

Il cinema, però, è specchio della vita, e come la vita anche il cinema conosce il concetto di fine. Ettore Scola è stato non solo uno dei padri fondatori della commedia, ma anche il suo ultimo esecutore. Anche Monicelli, seppur in minor parte, aveva lanciato qualche segnale d’allarme con Un borghese piccolo piccolo (1977), sentenziando in maniera lugubre e tombale la fine dell’epoca aurea della commedia all’italiana. A forza di ridere, l’uomo medio è diventato il suo stesso spettacolo. A Scola non restava che dare il colpo di grazia, non solo cinematograficamente ma anche politicamente: il tempo della rivoluzione è morto, come lo sono i tre amici partigiani di C’eravamo tanto amati.

La terrazza (Ettore Scolta, 1980) non è un successo al botteghino, ma c’era da aspettarselo. Si tratta infatti di un vero e proprio manifesto, una meta-commedia di denuncia lucida e fredda che sa dove vuole andare a parare. Cinque personaggi per cinque storie, tutte collegate in una terrazza borghese e chic della Roma bene. E che fine hanno fatto le terrazze romane di Poveri ma belli (Dino Risi, 1957)? Evidentemente non esistono più, e di Dino Risi è ormai solo un vago ricordo lontano. In questo spettacolo di buffoni in giacca e cravatta si discute e si parla animatamente, ma sempre per frasi a effetto, a buon mercato come i personaggi-macchietta che le esprimono. La terrazza si auto-pensa, celebra il cinema, la sua storia e i suoi interpreti, ma mai come in questo caso Scola demolisce l’immagine idealizzata degli anni del boom in modo così terrificante, tanto che Gassman, emblema per eccellenza della commedia all’italiana, mangiando una scatola di cioccolatini simbolo di vent’anni di risate fine a se stesse esclama: “Ormai siamo tutti così: personaggi drammatici che si manifestano solo comicamente”.

La commedia all’italiana è morta, Ettore Scola è stato l’ennesimo profeta non ascoltato e oggi sembra che tutto questo non sia mai esistito, come una barzelletta non efficace. Ti ricordi solo del riso, ma mai di ciò che c’è dietro. Chissà che tipo di film farebbe adesso uno come Scola, perché di risate amare ce ne sarebbero fin troppe da sfruttare.

Michele Granata

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