Voto

8

Eisenstein in Messico di Peter Greenaway è come i quadri cubisti, che il regista inglese paragona ai lavori di Ėjzenštejn: al suo interno passato e presente, esattamente come verità e finzione, convivono accostandosi, senza sovrapporsi.

Il lungo viaggio in Messico di Sergej Ėjzenštejn viene raccontato con lo stesso linguaggio cinematografico del regista russo, utilizzando la tecnica del montaggio delle attrazioni: le immagini richiedono il supporto dell’immaginazione e del ragionamento per essere associate. Seguendo questo meccanismo le scene vengono tripartite e si ripetono in una successione non temporale, le ambientazioni reali si trasformano in paesaggi disegnati, gli attori sono affiancati dalle fotografie dei personaggi reali, i primi piani sono scioccanti e provocatoriL’opera di Greenaway oscilla come un pendolo tra un realismo spiazzante, talmente crudo da portare alla nausea, e un universo onirico: si ha così l’impressione di impazzire, sovrastati dal continuo scorrere di immagini apparentemente casuali.

I personaggi mostrano una nudità esibita, ma la costante presenza di statue classiche permette allo spettatore di associare questo nudo cinematografico in movimento a quello statico delle sculture, togliendo a queste scene estremamente disinibite la loro potenziale carica di perversione e malizia. L’arte assume, quindi, un ruolo predominante e consolatorio.
Inoltre, il disagio e il senso di estraneità che il protagonista prova nei confronti del proprio corpo, reso in modo esplicito, porta lo spettatore a spogliarsi della propria identità per indossare i panni di Eisenstein, un uomo che vive nell’arte e finisce per incarnarla.

Le riflessioni filosofiche che attraversano il film sono lo specchio del pensiero di questo geniale regista, mentre la teatralità dei suoi gesti carica di pathos la pellicola; tutto concorre a mettere in risalto la bizzarra personalità di Ėjzenštejn, personaggio fittizio e uomo reale.

Il risultato è un’esuberante pellicola che penetra nello spettatore raggiungendo il culmine con la maestosa Dance Of The Knights di Prokofiev. Il film è stato realizato per raccontare la storia dell’insolito regista, ma anche e soprattutto per sconvolgere, confondere e far riflettere, proprio come aveva fatto Ėjzenštejn.

Federica Romanò