Voto

5
 

Un fascino controverso, perturbante, misterioso: è così che è sempre stata raccontata dagli storici dell’arte la personalità di Egon Schiele, pittore e incisore del primo Novecento. E forse è proprio ciò che Dieter Berner, regista del biopic Egon Schiele: Death and the Maiden, avrebbe voluto comunicare dipingendo a sua volta la vita dell’artista austriaco, interpretato da Noah Saavedra. La storia si apre con un flashback (espediente narrativo di cui il regista si servirà per tutto il film): una stramba colluttazione tra un uomo anziano che sta bruciando delle carte non ben definite e una donna che tenta di fermarlo.

Se solitamente l’incipit di un film ha come scopo quello di prendere per mano lo spettatore e condurlo nel mondo del racconto, non avviene lo stesso in Egon Schiele, che ripresenterà la stessa scena a metà della narrazione, in modo del tutto ingiustificato e privo di approfondimento, lasciandola morire lì. È così che si ravvisa il primo grande buco di sceneggiatura: una punteggiatura del tempo insensata, sfruttata mediante lo stratagemma dei ricordi/flashback che a volte vacilla e risulta persino privo di un punto di vista. Ricordi che, a volte, sembrano essere leggermente approfonditi nella trama, mentre altre volte appaiono come delle parentesi aperte e mai chiuse, del tutto prive di giustificazione e di contesto. I personaggi, perciò, risultano sprovvisti di qualsivoglia spessore e caratterizzazione: somigliano a degli equilibristi impazziti alla ricerca di un filo logico su cui muoversi.

Frequentissimi i nudi, sia maschili che femminili: decisamente troppa carne al fuoco – è il caso di dirlo! –, che tutto fa meno che conferire un presunto stile bohémien (o per lo meno sexy) al film. Lo stesso vale per gli improvvisi guizzi di regia (dolly e camera car): oltre a risultare fuori contesto, non aggiungono nulla; anzi, confondono la grammatica filmica applicata fino a quel momento. Il fascino della vita di Schiele viene quindi raccontato senza alcuna logica, secondo un arco narrativo disorientato e vago. Anche i dettagli che avrebbero potuto essere sfruttati a vantaggio di una sceneggiatura molto più affascinante (uno su tutti la poetica dell’arte erotica e tutto ciò che ne conseguì) vengono lasciati da parte, a favore dell’aspetto più pop della storia: le donne, il sesso, lo scandalo.

Caterina Prestifilippo