Nel dicembre del 1990 fu proiettata per la prima volta questa favola grottesca ambientata in una visionaria e stereotipata periferia americana. Come ogni fiaba che si rispetti, Edward mani di forbice ha in sé un contenuto profondo che trascende la superficie, ma che contemporaneamente la permea, attraverso l’utilizzo del simbolico come mezzo d’espressione. Simboli funzionali sono infatti l’ambientazione, i personaggi, la regia ma soprattutto la colonna sonora, che predomina e ha la meglio persino sulle parole, spesso troppo convenzionali e inefficaci per ricreare l’universo poetico e onirico, personale e fantasioso in cui è perennemente inserito Tim Burton.

Lo scopo del film – pienamente raggiunto – è quello di trasmettere allo spettatore un soffocante sentimento di malinconica diversità, che dimorerà nel suo cuore per l’intera durata della pellicola, rendendolo più “umano” e paradossalmente inorridito dall’umanità stessa. Questo inquietante risultato è ottenuto attraverso la potenza delle immagini burtoniane – in ognuna delle quali è possibile assaporare l’impeccabile e macabro gusto estetico del regista, in cui l’irreale e il paranoico si mescolano con la realtà – e la colonna sonora curata da Danny Elfman. L’abilità del compositore consiste nell’ideare un flusso continuo e armonico di suoni, che si combinano in vario modo ed evolvono insieme al corso degli eventi, nonché ai moti interni ed esterni dei personaggi.

edward mani di forbice

Ci troviamo di fronte a due luoghi protagonisti: il paese abitato da borghesi totalmente omologati e il castello in cui Edward vive in solitudine, due aspetti di una stessa malinconia claustrale. Quest’ultima è spesso allegorizzata e inscritta negli oggetti: Charles d’Orléans la paragonava al “vento” freddo dell’inverno e al “pozzo profondo” dei sentimenti; assimilabili rispettivamente al ghiaccio lavorato da Edward, al palazzo sontuoso e apparentemente stregato in cui dimora questo alter-ego del regista e alla colonna sonora di Elfman.

Edward trova conforto unicamente nel ricordo dell’infanzia e nell’amore per una giovane donna, Kim, la sola in grado di capirlo fino in fondo. L’inevitabilità di un destino tragico è infatti la condanna di un artista così malinconico e spleenetico alla Baudelaire – che, non a caso, si specchia più volte, inserendosi nella tradizione poetica che ha da sempre associato la malinconia all’immagine riflessa – impossibilitato a raggiungere la felicità: la sua diversità lo costringe all’esilio, privato di ogni forma d’amore che non si celi nel ricordo. Questa condizione esistenziale risuona e al tempo stesso si nasconde nella musica, senza la quale non potrebbe essere colta a tal punto. Elfman suddivide infatti la colonna sonora in tre temi: il Tema Principale, l’Emozionale e Il Ballo di Ghiaccio, la composizione più riconoscibile (un misto di incanto fiabesco, romanticismo e malinconia). Si erge così un sottofondo irreale e fantastico, in persiste un non so che di inquieto e angosciato. Ed è proprio il tormento psicologico a regnare nelle musiche di Elfman: un universo “altro” dell’interiorità, dalla connotazione fortemente psicologica, che penetra la mente dello spettatore e lo coinvolge nello stato d’animo dei personaggi.

edward mani di forbice

Il Ballo di GhiaccioIce Dance racconta la bellezza che Edward genera inconsapevolmente e l’incanto che la neve cadendo dalle sue surreali statue di ghiaccio esercita su Kim e, più in generale, sulla loro storia d’amore; la melodia risuona in sottofondo o si intreccia ad altri suoni proprio quando l’affetto dimesso e spesso soppresso che li lega inizia a essere anche solo lievemente avvertito.

Il resto della colonna sonora alterna atmosfere liriche e ipnotiche, che ricordano canti di sirene, a suoni intensi, ansiosi e folli che restituiscono un retrogusto splendidamente tetro. Ancor più degno di nota è la capacità dei suoni di adattarsi alle immagini e seguirne i movimenti, come avviene nella scena durante la quale Edward taglia i capelli alle donne del vicinato: i suoi movimenti sembrano seguire una danza, e un ritmo da tango accompagna l’eccitamento sessuale che le invade al solo movimento delle forbici tra i loro capelli. Ed è proprio qui che si fa evidente la capacità del regista di creare stranianti contrasti tra l’oscurità inquieta che circonda la figura di Edward e il falso idillio – reso attraverso colori pastello, felici e caramellosi ma totalmente finti che ricordano tanto la pittura di Hopper – del paesaggio in cui è inserito, costruito con maniacale attenzione. 

Insomma, si tratta di un’opera d’arte totale studiata nei minimi particolari, ma anche di un viaggio attraverso gli aspetti più intimi del regista, che si manifestano in Edward e nella sua tragicamente incantevole storia.

 Federica Romanò