Voto

7
 

È arrivata mia figlia, diretto dalla regista brasiliana Anna Muylaert, è un film semplice e immediato, pulito da qualsiasi decorazione che dia l’impressione di essere effettivamente in una sala cinematografica. La quasi totale assenza di musiche è sostituita dai rumori abituali di una vita domestica, che diventano la vera colonna sonora. Una cinepresa “naturale” spia i personaggi da dietro i mobili della sofisticata villa modernista: una regia al limite del documentaristico, che segue passo per passo le vicende della casa, rappresentate pressappoco in tempo reale. Infine, una normalità dei dialoghi: sembrano quelli che potremmo ascoltare se spiassimo nella casa di uno qualsiasi dei nostri vicini. L’insieme di questi elementi conferisce al film un che di assurdamente monotono. Monotono, ma non insignificante.

Sì, è un film senza uno straccio di plot twist, senza il minimo di hype e senza alcun tipo di glamour. E sì, soprattutto per chi non è abituato al genere – sottoscritta compresa –, a volte l’occhio si ritrova a scivolare annoiato alla ricerca di un orologio, ma alla fine nessuno di quei 116 minuti sembrerà essere stato sprecato.
Vi sembrerà di aver osservato per pettegolezzo, come nel racconto di “un’amica dell’amica”, le semplici vicende e i problemi di una famiglia che, come ogni famiglia, di normale non ha nulla. Niente vi shockerà, e nessuno dei facili quadretti di ordinaria vita umana vi lascerà con la mascella slogata per lo stupore. Nessun personaggio evolverà in modo stupefacente. Nessuna delle relazioni in gioco avrà uno scossone, ad eccezione del riallacciato legame tra madre e figlia.

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Alla fine, non si può fare a meno di osservare che, con una proporzionalità inversa quasi calcolabile, più Val riallaccia il legame con la figlia Jessica, più i rapporti della famiglia di successo andranno alla deriva: il vero collante di quella casa, per dieci anni, era stata proprio la laboriosa quanto discreta governante, presenza silenziosamente indispensabile nell’economia di famiglia..

Tutto questo ci viene presentato in punta di piedi da un film delizioso che in qualche modo ricorda uno di quei filmini in VHS, stinti e consumati, tirati fuori ai ritrovi di famiglia o nei momenti di nostalgia. Una ordinariamente sciapa finestra su una dei tanti ordinariamente sciapi capitoli della vita di qualsiasi essere umano. Un film graziosamente sovversivo, seducente come può esserlo un abbraccio familiare o una storia conosciuta che ci piace riascoltare.
La forza di questo film sta proprio qui: nella sua apparente monotonia siamo rassicurati dalla semplicità di ciò a cui assistiamo, rimanendo colpiti dalla ordinaria straordinarietà di questi piccoli eventi che non cambiano il mondo, ma solo, e soltanto in parte, vite comuni. E se non possiamo ritrovarci noi stessi in prima persona, possiamo ritrovarci almeno un episodio della vita di nostra nonna, della nostra vicina o della barista della caffetteria sotto casa. È arrivata mia figlia ci ricorda che ogni storia normale, anche una qualsiasi della nostra vita, può essere interessante al punto da farne un film.

Gloria Venegoni