Voto

7

Nel brano che dà il titolo al loro nuovo album, Paper Gods, i Duran Duran esordiscono con un coretto in stile spiritual che ce li fa immaginare come dei braccianti in un latifondo sterminato, con moltissimo lavoro da fare e con svariati schiavi (del ritmo) più giovani e più rapidi alle calcagna, pronti a rimpiazzarli. E, per giunta, con molti sorveglianti a cui prudono le mani (i critici, naturalmente), pronti a staffilarli per la minima mancanza. Arriva lo schiavo solista Simon Le Bon e – con voce assottigliata ma ben esercitata – inneggia a un nuovo, festoso riscatto: la title-track dell’album è, nel suo clou, una parata sonoramente festosa con i synth dell’immarcescibile Nick Rhodes che si avvitano in aria come gli scettri delle majorettes.

La carica energetica si incanala poi nella rombante Last Night In The City (pronta per il prossimo tour planetario), in cui l’attacco sperticato di Kiesza fa pensare a un’interferenza di puttan-pop. È proprio con questo secondo brano – esuberante, ma poco amalgamato (le tastiere non c’entrano nulla col duetto Le Bon-Kiesza e viceversa) – che balena il sospetto che Paper Gods stia per rivelarsi un secondo Astronaut, l’album con cui i Duran Duran si erano assicurati la resurrezione nel 2004, anteponendo però la fame di vita e di giovialità alla sostanza dei brani.

In You Kill Me With Silence Simon si trova di nuovo da solo ed è molto persuasivo con un ritornello in crescendo su un’impalcatura lenta. Subito il critico affamato di parallelismi si ricrede: Paper Gods è il degno successore di All You Need Is Now, con la sua gratificante molteplicità di umori.
No, no, Paper Gods è il nuovo Astronaut: Pressure-Off parla chiaro, col suo ritornello gommoso e astuto e il suo solleticante pizzicorino di chitarra. Dietro questo macchinoso trionfo di furbizia c’è non per niente Nile Rodgers, i cui molti peccati possono essere condonati in onore della sua vecchia, favolosa produzione The Reflex dei DD.
Face For Today, che nel suo azzeccato ritornello corre su un tapis-roulant di synth brillantemente programmati, ci riporta dalle parti di All You Need Is Now (vedi Runaway Runaway). Ma subito lo spettro della frivolezza gracile di Astronaut (quella di Nice, vacua ma simpatica) si ripresenta – in peggio – con l’unico brano fastidioso di Paper Gods, Danceophobia, uno spezzatino fin troppo artificiale tirato per le lunghe con un intervento parlato di Lindsay Lohan (!).

What Are The Chances? ricicla lo spirito lirico di Before The Rain (ancora una volta da All You Need Is Now): la melodia è elefantiaca, ma al momento giusto Le Bon si scansa e lascia che il brano venga invaso da un liberatorio intervento di chitarra dell’ospite John Frusciante, che si combina a una pioggia di archi pomposa ma intelligente.
L’afflato melodrammatico è interrotto dall’arrivo di un altro brano à la Astronaut, Sunset Garage, tenuto – grossomodo – assieme da scanzonati giochini di tastiere e dall’ispirato basso di John Taylor, che fin qui era rimasto quasi sempre in incognito. Con Change The Skyline i Duran Duran rinunciano a ogni pretesa di compattezza compositiva: il brano cuce insieme sezioni estranee le une alle altre, ma l’effetto non è comunque malvagio (complice il soffice intervento di Jonas Bjerre), ed è certamente superiore a quello del pezzo successivo, il prosaico Butterfly Girl, in cui i DD sembrano gli ospiti e non i padroni di casa.
Only In Dreams è un altro brano ingannevole, assemblato con tessuti diversi, contraddistinto da assurdi cigolii di tastiera piantati sadicamente nei passaggi più sognanti. Grazie al cielo la conclusiva The Universe Alone dissipa il sospetto che i nostri si siano scordati l’arte di costruire un brano con un unico flusso da arricchire con particolari variegati e tocchi dinamici.

Con Paper Gods i Duran Duran dimostrano di poter sostenere la concorrenza degli altri schiavi del ritmo: reinventarsi – recuperando vecchi amici e individuando nuovi alleati – è un lavoraccio, ma è nobilitante. Per questo vale la pena di sopportare anche i momenti in cui, per amore di patinature sempre voluttuose e sempre eccitanti, i DD si scordano (come gli succede fin dai tempi di Seven And The Ragged Tiger) di dare solidità ai loro pezzi.

Andrea Lohengrin Meroni

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