Voto

8
 

1940, spiagge di Dunkerque. Circondate dall’esercito tedesco dopo l’invasione nazista della Francia, le truppe inglesi sono in trappola. A fare da contrappunto alla situazione e, paradossalmente, amplificarne la claustrofobia i piani ampissimi della fotografia di Hoyte Van Hoytema, che raffredda le immagini quasi a percepire il gelo dell’oceano, e i volteggi febbrili della macchina da presa, in caotica sintonia con il ritmo della guerra.

È prima di tutto la messa in scena, infatti, che getta lo spettatore nel pieno delle vicende, coinvolgendolo attraverso immagini aptiche e immersive, immediatamente assimilabili con la totalità del corpo e dei sensi. Complice la colonna sonora di Hans Zimmer, martellante e ad alto carico di suspense, promemoria dello scorrere inesorabile del tempo, della corsa sincopata (via terra, mare e aria) dei soldati contro l’incombere della morte. Così che anche il nemico viene ridotto a pura presenza distruttrice, in nome di un senso di accerchiamento totale e insistente, che non lascia un attimo di respiro allo spettatore e lo blocca insieme ai soldati su quella spiaggia letale.

Dunkirk è pura sensorialità, e la storia – grande e piccola, universale e personale – passa in secondo piano. Corale e centripeto, il film racconta di uomini estrapolati dal loro personale flusso narrativo, privati di presente e futuro, presentati esclusivamente nella loro immanenza, nel loro spasmodico desiderio di sopravvivere. Nonostante l’assenza di un punto di vista centrale inibisca il coinvolgimento empatico dello spettatore nei confronti dei singoli personaggi, un climax emotivo si insinua sottotraccia e trova una valvola di sfogo nelle lacrime del Comandante Bolton (Kenneth Branagh), che come in un transfert diventano quelle che scorrono sulle guance degli spettatori. Ed è in quel momento che Nolan rinuncia al rigore e al distacco e si abbandona al pathos patriottico, che trova il proprio apice nel Signor Dawson (Mark Rylance) e nella nazionalistica chiusa finale.

106 minuti che sembrano durare mezz’ora, che trasformano un apparente montaggio alternato in una decomposizione della linea narrativa in tre assi, addomesticando e rendendo pienamente intellegibile la nota ossessione di Nolan per la percezione del tempo.

Benedetta Pini