Voto

7

Una vagina ripresa dall’interno, taglio di montaggio e dettaglio in verticale di un occhio che piange. Questa la prima sequenza di Doppio amore di François Ozon, facile e quasi scontata chiave di lettura (il desiderio sessuale passa per lo sguardo) di un film esagerato, sopra le righe, estremo, strabordante e che osa senza limite alcuno.

Lo stile patinato ed elegante di Ozon incontra le suggestioni dei più grandi maestri del cinema e con un coraggio a tratti spocchioso li fa propri. La struttura a scatole cinesi alla Fritz Lang, la vertiginosa scala a chiocciola iniziale presa direttamente dai titoli di testa di Saul Bass (La donna che visse due volte, Hitchcock, 1958), lo splatter di Cronenberg, le inclinazioni morbose del tema dei gemelli sulla falsa riga di Le due sorelle di De Palma (1973), l’eterno binomio di eros e thanatos in chiave voyeuristica (L’occhio che uccide, Michael Powell, 1960), la (non)gravidanza terrificante di Polanski (Rosemary’s Baby, 1968) ma anche le sue vicine inquietanti (L’inquilino del terzo piano).

Maestri ingombranti, ai quali Ozon ruba una serie di umori per poi lasciarli andare e assumere lui il controllo della scena, con tutte le sue ossessioni di sempre. È così che il tema del doppio, battutissimo in tutte le arti, dà forma a un thriller erotico psicologico che si compiace del proprio intellettualismo, dei propri desideri morbosi, persino delle sue scivolate nel kitsch e nel ridicolo. Un delirio di cui Lacan si potrebbe sentire orgoglioso.

Le sedute psicanalitiche della protagonista Chloè (un’ipererotizzata Marine Vacth) con il terapista Paul Meyer (Jérémie Renier), interrotte improvvisamente per una forte attrazione tra i due che li porterà alla convivenza, vengono sostituite da quelle con il gemello omozigote di lui, Luis, alle spalle di Paul. Inizia così un turbinio di isteria, erotismo, disturbi ossessivo-compulsivi e incubi in cui lo spettatore si perde, incapace di distinguere tra sogno e realtà, di sbrogliare le continue ambiguità del film, di dare un senso a questo delirio che Ozon moltiplica fino alla nausea con infinite – forse troppe – superfici riflettenti.

Stupire e smuovere la sala cinematografica oggi non è scontato, eppure Ozon ci riesce. Il come è semplice: si innamora perdutamente del suo stesso cinema e si abbandona alle passioni che rappresenta, senza soluzione di continuità tra sé e la sua creatura.

Benedetta Pini

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