Voto

5

Bologna, 2002. Le Nuove Brigate Rosse eliminano il giuslavorista Marco Biagi, promotore di una riforma del mercato del lavoro basata sul depotenziamento dell’articolo 18 a tutela dei lavoratori. Nello stesso periodo in Francia si conclude la Dottrina Mitterrand, che dal 1985 concedeva asilo agli ex-terroristi. Queste le vicende reali da cui Annarita Zambrano prende spunto per affrontare un tema scottante come quello del terrorismo rosso. In Dopo la guerra però il focus è inclinato quel tanto che basta a indagare cosa succede a chi orbita intorno al terrorista, alla sua famiglia.

Sempre Bologna, sempre il 2002. Nella finzione, è il professor Mariani (alter-ego di Biagi) a venire ucciso all’Università di Bologna. Il film si apre con la scena del suo assassinio per poi spostarsi rapidamente in Francia a seguire la fuga di Marco (Giuseppe Battiston), ex militante di estrema sinistra accolto vent’anni prima proprio grazie alla Dottrina Mitterrand e ora sospettato dell’omicidio. Quando l’Italia ne chiede l’estradizione, Marco decide di scappare insieme alla figlia adolescente Viola (Charlotte Cétaire), che tutto vorrebbe tranne abbandonare la sua vita di sempre.

La prima parte del film, incentrata sulla storia di Marco e Viola, scorre piatta, senza alcun guizzo di dinamismo. Solo un’intervista di una giornalista francese si sforza di indagare le scelte del protagonista e il controverso periodo della lotta armata in Italia, ma scade in frasi fatte e slogan triti e ritriti. Convinto di essere una vittima, Marco non è pentito, tutt’altro, e rimane aggrappato con forza alle sue idee, mentre continua a mietere vittime: Viola, ad esempio. È lei che paga subito e per prima le sue scelte. Parallelamente, in Italia, la madre e la sorella (Barbora Bobulova), pur non avendo più contatti con lui si ritrovano catapultate di nuovo in una vita fatta di ritorsioni, minacce, sassi che si infrangono sulle loro finestre e sogni di carriera irrealizzabili.

La Zambrano scomoda la lotta armata per raccontare il disgregarsi di una famiglia, accenna la militanza senza spiegarla, lasciando che le due linee del racconto – privata e politica – procedano parallele in una stasi emotivo-narrativa nella quale i personaggi non riescono a evolversi e la regia non concede respiro allo spettatore lasciandolo in balia di se stesso, così da ritrovarsi a chiedersi continuamente quale sia l’opinione del film sui fatti di cui parla.

Giorgia Sdei

Potrebbero interessarti: