Voto

9

 


La vicenda del Canaro della Magliana è nota
, e ha sempre esercitato un irresistibile fascino macabro sui media. Ma non su Matteo Garrone, che schiva agilmente ogni deriva perversa e sensazionalistica e punta dritto all’essenza della storia: una dinamica atavica di sopraffazione continuamente reiterata, che nella sua esasperazione annienta il confine tra vittima e carnefice, stringe entrambi in una morsa viscerale e lascia spazio solo per un corpo a corpo tra carnefici. Un western urbano moderno che trova in Castel Volturno, con il suo paesaggio lunare, la propria cornice ideale. Immortalato dalla fotografia di Nicolai Brüel, desaturata, cupa e dai margini sfumati, l’ambiente si fa ancora più lugubre e inospitale; una terra di nessuno in cui si muovono corpi soli e disperati. Sì perché Gomorra è prima di tutto un film di spazi, di corpi che si muovono, si scontrano e definiscono immediatamente i rapporti di forza, sottolineati da inquadrature che ne accentuano le diverse presenze sceniche. 

L’indagine di Garrone si concentra non tanto sullo scontro tra Davide (Marcello/Pietro De Negri) e Golia (Simone/Giancarlo Ricci), ma sulla genesi di quella sete di vendetta cieca e disperata che avviluppa la coscienza di Marcello e ne logora la lucidità. Garrone porta sullo schermo un processo di trasformazione – o meglio, di rivelazione – dall’epilogo tanto noto quanto inevitabile: quella di un uomo che da mite, esile, gentile, dolce e dalla balbettante voce stridula diviene “mostro”; un appellativo rassicurante, per relegare in uno spazio lontano dalla “normalità” questo impeto di violenza che è invece ancestrale, iscritto nell’umano. Quei “mostri” non sono altro che la manifestazione di nevrosi innestate sottopelle nello stesso tessuto sociale: e lo sono sia Simone (Edoardo Pesce) che Marcello (Marcello Fonte); l’uno palese, l’altro latente; l’uno prevedibile, l’altro follemente allo sbando.

Dogman non si stacca mai da Marcello, presente in quasi ogni inquadratura con il suo corpicino indifeso e la sua fisionomia buona e disperata; una disperazione abissale e insanabile che svuota gli occhi, il cuore, l’anima e lascia solo una desolazione terrificante. Ed è quando a una persona non rimane niente, né da perdere né da guadagnare, che bisogna davvero averne paura. Il sistema di sopraffazione tra Simone (Edoardo Pesce) e Marcello ha tolto tutto al canaro: l’affetto della famiglia, l’adorazione della figlia, la stima del quartiere, la rispettabilità lavorativa, la dignità e – malinconico paradosso – l’amicizia di Simoncino.

I soprusi, le ingiustizie, le crudeltà di Simone non sono altro che i catalizzatori di una dinamica di auto-sopraffazione protratta per anni da Marcello nei confronti di se stesso. Un seme di rancore contro di sé, contro ciò che è e non ha la forza di cambiare: contro la sua bontà, la sua incapacità di dire “no” e di farsi rispettare, la sua inettitudine, la sua fisicità. Un seme piantato e coltivato da Marcello stesso in anni di odio verso se stesso. E quando scatta in lui la presa coscienza di un tale rapporto con se stesso si innesca una dinamica di ribellione che avviluppa lui e lo spettatore, li dilania dal cervello alle viscere passando per il cuore e li abbandona esausti dopo 102 minuti di cieca disperazione, gettandoli in tunnel senza uscita, senza speranza.

Prima di sprofondare in un buio abissale, Marcello compie un ultimo, tragico gesto di ribellione: in preda a un delirio di megalomania alimentato da botte di cocaina, vuole diventare un eroe, prima di tutto per se stesso. Ma non trova altro che la propria mostruosità, e quella vendetta in cui riponeva ogni briciolo di speranza si rivela illusoria. Il gesto che gli avrebbe ridato tutto, che lo avrebbe fatto risorgere finalmente libero, rispettabile, forte e amato – prima di tutto da se stesso – non cambierà niente. L’inserto onirico – e straziante metafora cristologica – in chiusura è agghiacciante: convinto di essere diventato l’eroe di tutti quelli che ha tradito, i suoi occhi sono invece vuoti come lo sono sempre stati, perché ora sa che non è e non potrà mai essere un eroe per nessuno; neanche per se stesso. E il peso che crede di poter sollevare e finalmente controllare, è proprio il peso che lo annienta per sempre.

Benedetta Pini

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