Voto

8

In ogni album abita un omino che assume gli atteggiamenti indicati dai testi e che posa in base agli umori che i brani iniettano in lui.
L’omino che risiede nella tracklist di Aware (Costello’s Records) – il primo LP del quartetto milanese Disco Noir – è buttato su un letto girevole ed è coperto da un’aulenta discarica alcolica e farmaceutica di “gin e listerine”, “mescalina e David Lynch”. Con lo sguardo annebbiato, ripassa qualche paragrafo degli avvilimenti assortiti di Schopenhauer, ma in tutto ciò si lascia volentieri distrarre dai grugniti erotici del Jarvis Cocker di This Is Hardcore, special guest star di ogni abbrutimento veramente sofisticato.

Comunque, l’omino in questione non ha assolutamente dissipato tutte le proprie energie vitali consumandosi nel piacere; è ancora in grado di riemergere autonomamente da sotto alla pila di bottiglie e di scatolette di ansiolitici e di mettersi a ballare come un animale dal sangue quasi caldo.

I Disco Noir scelgono per il loro ascoltatore un trattamento “diversamente edonistico”:
– possono colpirlo alla nuca con delle mazze avvolte nel velluto, come insegna La domenica, una traccia intorpidita in cui la chitarra sente la tentazione di espandersi e di gasarsi, ma viene repressa da una doccia gelida di filtri.
– possono fingere di cullarlo con uno sbaciucchiar di tastiere e poi farlo incespicare con cambi di marcia non annunciati… vedi Pinkman, pucciata nello shoegaze nel finale; 1959, col suo venefico assolo di sintetizzatore; e Nel suo miele, anticipata da un’introduzione morbidosa ed evanescente che maschera la sua natura progressivamente dinamica;
– al contrario possono ingannarlo con qualche synth aguzzo e fischiante posto in apertura, per poi diventare accoglienti e materni in corso d’opera, come succede in Lexotan.

In Aware ci sono imprevisti garbati, come la parentesi di Modellhut (in cui spira la vanità retrò della musica new-romantic), e aggiornamenti perfezionisti di brani “storici” del gruppo: Madonna narcotica, ovattata e in qualche modo elegante, e Viola, ripresa dall’EP Vormärz (2012).

L’omino che vive nella tracklist raggiunge il massimo dello struggimento nel singolo Amore Démodé; questo pezzo – interrotto da un frammento del terribile dialogo terminale de La donna che visse due volte di Hitchcock – ancheggia fatuo fino a un finale che, nel giusto stato emotivo, può condurre quasi all’esaltazione e che nei concerti può essere allungato all’infinito senza perdere la sua carica.
È strano, il testo non è proprio di quelli che potrebbero essere impressi su una t-shirt per i fan: «Questa sera / vomitiamo / lacrime blu / favole blu». Letto così non ha un bel suono, nevvero? Riuscire a rendere eufonico questo asimmetrico mucchietto di parole non è impresa semplice, ma è una sorta di test di attitudine al pop. I Disco Noir questo test lo superano, come si suol dire, in scioltezza.

Andrea Lohengrin Meroni