Voto

8.5

Per quanto lo stile registico adottato in questa sede da Kathryn Bigelow rimandi alle forme del documentario, Detroit è un film di finzione. La ricostruzione delle rivolte black che hanno piegato Detroit nel luglio del ‘67 non pretende di essere storicamente attendibile, ma è intenzionalmente finzionale e come tale va assaporata. È bene dunque – come è valso per Zero Dark Thirty (2012) in precedenza – sgombrare il campo da inutili dispute su inesattezze storiche o forzature narrative, che certamente esistono, ma fanno parte del gioco.

La Bigelow sceglie di narrare un evento specifico nel quadro delle rivolte urbane e isola quanto accaduto la notte del 25 luglio nel Motel Algiers, in cui un gruppo di ragazzi neri è stato aggredito e in parte ucciso dalla polizia di Detroit. Il punto di vista della regista è quanto mai evidente: non esita a prendere una posizione chiara tra chi è colpevole e chi è innocente, ma non si tratta di una distinzione semplicistica tra neri buoni e poliziotti cattivi (come dimostra il soccorso prestato a uno dei protagonisti da un altro poliziotto), bensì di un’accurata indagine intorno alle forme della violenza.

Proprio quando la realtà rischia di farsi troppo confusa – una confusione ottimamente espressa dall’uso della macchina a mano, prima travolta dai saccheggi e dagli inseguimenti per strada, poi disorientata e intrappolata tra le stanze labirintiche del motel – è fondamentale saper ancora distinguere tra colpevoli e innocenti. E se per ritrarre i colpevoli non serve altro che l’espressione sadica di Krauss (Will Poulter), è nella raffigurazione attenta e mai superficiale degli innocenti che risiede il vero pregio del film, come è evidente dall’evocativa sequenza finale.

Giorgia Maestri