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L’ultima delle giornate della Festa del Cinema di Roma all’Auditorium Parco della Musica si è conclusa ieri con l’ospite d’onore di questa 12esima edizione: David Lynch. Già in tarda mattinata il regista americano ha avuto modo di raccontare di sé e della sua arte durante la conferenza stampa, quando ha parlato di meditazione trascendentale (una controversa pratica di meditazione della quale aveva già fatto propaganda a Palermo in occasione del convegno “Impresa etica e sociale: un manifesto per una nuova coscienza” nel 2013 e a Che tempo che fa nel 2014), dell’importanza dell’ispirazione che deriva dalle idee e dalla musica, dell’incontro con Nanni Moretti in cui ha scherzosamente minacciato di ucciderlo, del suo amore per Kafka, Tati, Bowie, Herzog, Mad Men e Breaking Bad e del bellissimo ricordo di Dean Stanton. Ma nulla, di fatto, ha rivelato in merito agli scandali sessuali di Hollywood né a progetti futuri, limitandosi a dare risposte criptiche e ironiche.

La permanenza di David Lynch a Roma è continuata sul red carpet, gremito di fan sin dal primo pomeriggio. Con un andamento stralunato, timido e riservato il regista americano ha percorso il tappeto rosso con il suo solito sorriso bonario, concedendo più autografi di quanti gliene avessero permessi (solamente 25) e posando davanti alle macchine fotografiche in modo impacciato e con un leggero disagio.

Infine, l’incontro con il pubblico, che niente di nuovo ha portato alle orecchie dei fortunati che lo scorso 19 ottobre sono riusciti ad accaparrarsi un posto nella Sala Sinopoli dell’Auditorium a pochi minuti dalla messa in vendita (sono andati sold out in meno di mezz’ora). Solite domande e solite risposte. Certo, qualsiasi cosa esca dalla bocca e dalla mente di Lynch è oro colato, ma le aspettative, molto alte, sono state completamente disilluse.

Prima clipEraserhead – La mente che cancella (1977)

La mia ispirazione è la città di Philadelphia, che amo, forse per i motivi sbagliati: è sporca, corrotta, violenta, sempre in preda al terrore e folle. Amo anche la sua architettura, i colori intensi, i colori improbabili degli interni, le proporzioni strane delle stanze, i bellissimi mattoni coperti di fuliggine e l’ambiente caratterizzato dalla presenza delle fabbriche. Il mondo di Eraserhead è nato proprio dalla mia esperienza a Philadelphia.

Seconda clipVelluto blu (1987)

È vero che su Dune Dino de Laurentiis ha avuto l’ultima parola e su Blue Veltet l’avevi tu?
Ho firmato un contratto per Dune sapendo che non avrei avuto il final cut. Sapevo che firmare un contratto non era la cosa giusta da fare, ma ho firmato lo stesso. Mentre per Blue Velvet ho detto che l’avrei girato solo se avessi avuto il final cut. Dino me l’ha promesso e ha mantenuto la parola.

Come avviene il processo di scrittura delle tue sceneggiature? E sul set incoraggi l’improvvisazione?
No, parlerei piuttosto di prove. Questo perché le idee nascono nella nostra testa, le vediamo nel nostro schermo mentale, le sentiamo con tutti i sensi e poi le scriviamo con parole attraverso le quali, nel momento in cui vengono rilette, si fa riemergere l’idea, viene restituita in tutta la sua interezza. Le idee nascono soprattutto in forma di frammenti, come un mucchio di frammenti di idea, e questi frammenti li penso così: come se in un’altra stanza ci fosse un puzzle completo e qualcuno da quella stanza ti lanciasse improvvisamente un pezzo di quel rompicapo, e poi un altro, e tu iniziassi a scrivere qualcosa. Pian piano questo qualcosa prende forma, e un giorno diventa una sceneggiatura. Il tuo compito è quello di trasformare quelle idee in cinema. Bisogna però essere sicuri che la strada intrapresa per fare un film sia fedele all’idea. Per fare ciò è necessario che tutti quelli che prendono parte al processo creativo siano in sintonia con l’idea iniziale, in modo che si possa procedere tutti insieme e raggiungere lo scopo, ovvero la realizzazione dell’idea.

Terza clipStrade perdute (1997)

A me questa scena spaventa molto.
No, a me piace avere ospiti!

E come ti vengono in mente le idee?
Non lo so. Un giorno non ci sono idee, continuano a non esserci. E poi all’improvviso arriva un’idea.

Vedi una connessione tra i tuoi film? O lasci queste congetture ai critici?
Credo che Strade perdute, Mulholland Drive e Inland Empire sono tutti ambientati a Los Angeles. Quindi questo è il nesso tra i tre film.

So di una trasposizione lirica di Strade perdute. Ne sei coinvolto?
Quel progetto polacco? …ah no, un altro… comunque no, non sono coinvolto.

Quarta clipMulholland Drive (2001)

Prima hai parlato di quanto sei stato affascinato da Philadelphia. Cosa ti piace di Los Angeles?
Sono andato a vivere a Los Angeles negli anni Settanta dopo essere stato a Philadelphia. Sono arrivato di notte, il giorno dopo sono uscito dall’appartamento in cui stavo e per la prima volta ho visto la luce del sole di Los Angeles, ed era così bella che sono quasi svenuto. Dunque amo la luce di Los Angeles e amo il fatto che è immensa, senza limiti, non se ne vedo i confini, e ciò suscita una sensazione di libertà, di seguire i tuoi sogni, di fare qualsiasi cosa tu voglia. Amo Los Angeles anche perché è la casa della Golden Age del cinema. E quando comincia a fiorire il gelsomino ho come l’impressione che quell’epoca possa tornare a vivere.

Qual è la differenza tra girare un film e girare una serie tv?
È esattamente la stessa cosa. C’è solo una piccola differenza. Grazie alla tv via cavo hai la possibilità di creare una storia continuativa, mentre un film deve giungere a una conclusione. Certo, in un’opera per la televisione la qualità audio e video non è alta come quella di un film destinato al grande schermo, ma la buona notizia è che si stanno verificando dei grandi miglioramenti ogni giorno.

Quinta clipInland Empire – L’impero della mente (2006)

Cosa pensi della differenza tra analogico e digitale?
La celluloide è straordinariamente bella. Ma è pesante, si sporca, si danneggia, si rompe, si deteriora. È di difficile gestione. Il digitale, invece, sta raggiungendo sempre più la qualità della celluloide e ci sono infinite cose che puoi fare in post-produzione. Con il digitale si schiude un mondo meraviglioso. Io lo sostengo completamente e le sue potenzialità stanno aumentando di giorno in giorno.

Queste possibilità del digitale avvicinano le immagini cinematografiche alla pittura?
Assolutamente. Puoi manipolare un’immagine esattamente come manipoli la tela. Questo schiude infinite possibilità. Quello di oggi è un mondo meraviglioso per il cinema.

Ricordo di una conversazione tra te e Bernardo Bertolucci di circa dieci anni fa – dice Monda –,  in cui entrambi, in particolare tu, dicevate che con l’alta definizione si vede troppo e toglie un po’ di mistero. Sei ancora della stessa idea?
Amo Bernardo Bertolucci. Ma non ricordo questa conversazione. Molti credono che il digitale sia troppo plastico e poco organico, ma ci sono delle tecniche oggi che permettono di avvicinarsi molto alla sensazione della celluloide. Quindi si raggiunge il risultato che si vuole ottenere anche col digitale.

Francis Bacon, Figura seduta, 1961

In realtà non ho scelto io questo quadro. Ma amo Francis Bacon. Per me è uno dei più grandi pittori della storia. Amo i fenomeni organici e la distorsione della figura umana: questo è Francis Bacon. Ciò che fa con i fenomeni organici è davvero incredibile per me.

In che modo l’arte rientra nelle tue modalità espressive?
Amo le idee. Alcune nascono per il cinema, altre per la pittura. A volte riesci a catturare un’idea che ti entusiasma e la trasponi su tela. Per me dipingere è agire e reagire: uno scambio contino. In questo momento mi piace la pittura “brutta”, infantile.

Quando crei le mostre costruisci una sorta di percorso tra le tue opere, delle strutture più ampie?
Vorrei poter rispondere sì. A volte c’è una sorta di legame tra le mie opere e si crea una familiarità tra di loro. Ma dopo un po’ che seguo un particolare filone lo esaurisco e vado a cercare qualcosa di diverso. È questa diversità che mi interessa.

Edward Kienholz, The Illegal Operation, 1962

È un altro artista che esplora in maniera straordinaria i fenomeni organici. Amo anche le cose tridimensionali. A volte nei miei quadri pratico dei fori per inserirvi qualcosa e scavare nel profondo della superficie, oppure aggiungo qualcosa sulla superficie perché emerga qualcosa. Credo che Kienholz è uno dei massimi esponenti di questo tipo di espressione.

Stanley Kubrick, Lolita, 1962

Credo sia un film straordinario, privo di qualunque difetto e debolezza. Lo amo in tutte le sue espressioni. Amo l’umore, i luoghi, la recitazione, l’evoluzione dei personaggi e della storia. Trovo tutto bellissimo. Non ha importanza di come si sia arrivati a questa bellezza.

Billy Wilder, Viale del tramonto, 1950

Per me è un film triste, di desideri non realizzati. Posso raccontarti la storia di come è nato il personaggio di Gordon Cole di Twin Peaks? In una scena di Viale del tramonto Cecil B. DeMille dice: “Chiamate Gordon Cole al telefono per queste 5 macchine”. Billy Wilder lavorava per la Paramount Studios e se uno percorre la strada da est a ovest di Los Angeles per raggiungere gli studi attraversa immancabilmente due strade, Gordon e Cole, e sono sicuro che sia per questo che Wilder ha chiamato così il suo personaggio. Billy Wilder era un grande maestro del senso dei luoghi. La casa del film è bellissima, crea sensazioni che riportano all’era d’oro del cinema: anche se sta crollando, è sempre il fenomeno organico che mi piace di questa casa, ma anche delle immagini, degli arredi, dei costumi e della musica del film. Tutto questo fa riemergere la Hollywood degli anni ’50. E tutti in questo film desiderano qualcosa che non riescono mai a raggiungere.

Qual è la connessione tra sogno e film secondo te?
Amo i sogni, amo la logica dei sogni, cioè quello che il cinema è in grado di esprimere. Quando vediamo qualcosa conosciamo il suo significato, ma non sappiamo esprimerlo a parole; mentre è possibile farlo con il linguaggio del cinema. Amo le astrazioni e le cose concrete, in particolare le storie che uniscono concretezza e astrazione. A volte si provano delle sensazioni, dei pensieri, che ti permettono di conoscere qualcosa ma che sono difficili da esprimere a parole. È un po’ come quando si cerca di trasporre un sogno in parole per raccontarlo a un amico, ma è quasi impossibile che capisca davvero quella esperienza.

Federico Fellini, 8 1/2, 1963

Fellini mi ha ispirato sicuramente. Amo i suoi film. Sono semplicemente opere d’arte. Ho incontrato Federico Fellini due volte. Una sera ero a una cena a base di funghi – ce n’erano di minuscoli e di grandissimi come bistecche – con Silvana Mangano, Isabella Rossellini e Marcello Mastroianni e ho detto a Marcello quanto amassi Fellini. Il giorno dopo Marcello inviò una macchina al mio hotel perché aveva organizzato di farmi passare un’intera giornata a Cinecittà con Federico Fellini. In quel periodo stava girando Intervista e il direttore della fotografia era Tonino Delli Colli. Fellini mi portò in un ristorante per colazione e c’era una donna con un seno enorme. Poi, nel 1993, stavo girando uno spot per Barilla e il direttore della fotografia era Tonino Delli Colli. Mi disse che Fellini era ricoverato in un ospedale al nord, ma che sarebbe stato trasferito a Roma. Chiesi allora se sarebbe stato possibile incontrarlo per salutarlo e Tonino mi disse che non c’era problema. Ricordo che andai a trovarlo di venerdì ed era una serata molto calda. C’era solo la nipote, che disse che potevamo entrare solo io e Tonino. Entrai. Nella stanza c’erano due letti singoli e Fellini era seduto in mezzo, su una sedia a rotelle, con un tavolino davanti. Nella stanza c’era un giornalista, Vincenzo Mollica, che conosceva Tonino. Mentre Tonino chiacchierava con Vincenzo io parlai con Fellini, che mi teneva la mano, e parlammo per circa mezz’ora. Mi disse che era intristito da ciò che stava succedendo al cinema. Ricordava che c’erano studenti appassionati di cinema che ne parlavano con entusiasmo. Ma via via che il tempo passava l’entusiasmo si è trasferito verso la televisione, questi giovani si erano dimenticati del cinema e presto smisero di parlare di lui. Era triste perché sentiva che tutto stava cambiando. Lasciando la stanza gli dissi che il mondo intero stava aspettando il suo prossimo film. Incontrai Vincenzo molti anni dopo e mi disse che quella sera Fellini, dopo che ero uscito, gli disse: “David è proprio un bravo ragazzo”. Quell’incontro avvenne di venerdì, domenica Fellini entrò in coma e due settimane dopo morì.

Si accendono le luci e compare sul palco Paolo Sorrentino, che consegna il Premio alla Carriera a un commosso David Lynch.

Benedetta Pini