David Hockney dalla Royal Academy of Arts di Londra è il documentario che ci si aspettava dalla magistrale produzione documentaristica inglese: nessuna sbavatura, nessun inciampo nella storia pittorica dell’artista inglese contemporaneo più conosciuto al mondo. Prestigioso membro della Royal Academy of Arts di Londra dal 1991, David Hockney riveste un ruolo fondamentale nella storia dell’arte contemporanea: sin dagli anni Sessanta investe nell’arte figurativa, ponendosi in controtendenza rispetto alla moda occidentale, che preferiva opere informali e concettuali. Una carriera brillante, puntellata da continui successi, non è però l’argomento su cui verte il docufilm, che si concentra invece sull’aspetto didattico di Hockney senza soffermarsi sul suo passato dai contorni glitterati.

I colori brillanti e impressionisti che pulsano dalle grandi tele sono minuziosamente investigati nel corso delle due interviste di Tim Marlow, direttore artistico della Royal Academy, al pittore, l’una in concomitanza con l’inaugurazione di A Bigger Picture (2012) e l’altra qualche anno dopo con 82 Portraits and One Still Life (2016). Hockney, ormai ottantenne, si racconta senza esitazioni, riportando alla mente eventi tragici che hanno segnato la sua vita e il suo modo di vedere la natura delle cose. Da sempre interessato allo sviluppo delle tecnologie, oggi dipinge anche con il tablet e confessa il suo interesse verso questo strumento così versatile e innovativo. 

Se le gigantesche composizioni per l’esposizione alla Royal Academy del 2012 godono di riprese mozzafiato, frutto di uno studio intenso sulla materia e sulle abitudini naturalistiche del pittore, gli ottantadue ritratti presentati nel 2016 superano le aspettative dello spettatore. Oltre a mostrare con esattezza le singole fasi dell’esercizio creativo, il documentario accende i riflettori su una pulsione artistica che in Hockney si manifesta nel saper osservare, o meglio, nell’intenzione di scrutare attraverso la pittura l’animo umano. L’artista inglese chiama a raccolta amici e conoscenti, parenti e collezionisti, un crogiolo di volti, di sguardi e di abiti slabbrati e sontuosi, di scarpe da tennis e cravatte costose, e chiede a ognuno degli ospiti di posare per lui nel corso di tre giorni: i risultati sono molto curiosi, così come lo è la volontà del pittore di insistere su un lessico famigliare che oggi, come ieri, scrive a lettere cubitali la storia dell’arte. Nonostante abbiano tutte la medesima misura, ogni singola opera è individualmente progettata in modo così profondo eppure popolare da essere considerata una preziosa eredità.

Agnese Lovecchio