Nella discografia di David Bowie si può trovare veramente di tutto, e questo la rende simile a una metropoli: c’è il quartiere chic progettato da archistar in vena di sperimentazione (la cosiddetta Trilogia Berlinese realizzata assieme a Brian Eno e composta da Low, “Heroes” e Lodger); c’è la zona più turistica e inflazionata, destinata ai visitatori mordi-e-fuggi (Let’s Dance e dintorni); c’è il settore “etnico” (Young Americans) e l’area malfamata (Never Let Me Down, per fare un solo nome); c’è la “parte vecchia”, con i suoi edifici fragili ma suggestivi (gli album precedenti a Hunky Dory), e c’è la “parte nuova”, imponente ma spettrale (The Next Day e Blackstar); infine ci sono gli scorci amati dagli abitanti più entusiasti, e in questa categoria possono rientrare demo misconosciute, album rinnegati, bootleg malconci e via dicendo.

Perdersi in questa metropoli è un piacere e un privilegio, anche perché a ogni angolo si possono rinvenire collaborazioni illustrissime, da Iggy Pop a Tina Turner, dai Placebo agli Arcade Fire. Queste ghiotte partnership permettono di spostarsi agevolmente nella costellazione delle “città” che confinano con la metropoli bowiana e consentono di approcciarsi a quei pochi generi musicali a cui Bowie non si è mai avvicinato, ma che sicuramente avrebbe affrontato se fosse vissuto in eterno, come i suoi seguaci si sarebbero aspettati, invece di morire imprevedibilmente – a sessantanove anni appena compiuti – lo scorso 10 gennaio

Ma ai generi più disparati si può arrivare anche incamminandosi sulle “vie” apparentemente marginali che portano i nomi di alcuni dei collaboratori abituali (ma non più in vista) del Duca Bianco. Per omaggiarlo nel primo anniversario della sua scomparsa – ma anche per elaborare il lutto – val la pena di tentare un esperimento che permetta di “allontanarsi” da Bowie, pur continuando a utilizzarlo a mo’ di stella polare. Questo esperimento consiste nel seguire una di quelle vie che, partendo dal centro della succitata metropoli, portano al di fuori dei suoi confini, verso generi musicali non inclusi nel canone bowiano. In ogni caso, appena varcati tali limiti, si verrà sorprendentemente ricondotti nel cuore della metropoli da mirabolanti incroci.

La via prescelta per far partire questo esperimento porta il nome relativamente oscuro di Trevor Bolder (1950-2013), bassista dei leggendari Spiders from Mars, sodali della creatura bowiana più nota, Ziggy Stardust. Bolder ha sfoggiato per tre decenni e passa il suo basso conciso e inventivo in compagnia degli Uriah Heep, band un tempo progressive poi convertitasi a un rock oscillante tra l’hard e il soft, con qualche capatina nel metal. A voler seguire la pista metallica, ci si può spostare su una via contigua che porta il nome di Bernie Shaw, attuale cantante degli Uriah, il quale all’inizio degli anni Ottanta si era unito ai Praying Mantis dei fratelli Chris e Tino Troy, enfatici esponenti della New Wave of British Heavy Metal (NWOBHM). A questo gruppo di irriducibili metallari si sono aggregati in momenti diversi persino due reduci degli Iron Maiden, Paul Di’Anno e Dennis Stratton.

Ma, prima di perdersi in una galassia con cui Bowie aveva poco da spartire, si può far marcia indietro scegliendo strade più o meno tortuose: più tortuose sono, maggiore è il divertimento. Immediato predecessore di Trevor Bolder come bassista degli Uriah Heep era stato John Wetton, che può essere sfruttato – automobilisticamente parlando – come una rotonda dalle molteplici uscite: tra il ’72 e il ’74 Wetton ha lavorato per i King Crimson, alfieri del progressive rock. Da tale band Bowie ha attinto – sul finire degli anni Settanta – per recuperare due dei suoi più prestigiosi chitarristi, Robert Fripp (leggendario, tanto per cominciare, per il riff di Heroes) e Adrian Belew.

Wetton è stato anche il frontman degli Asia, superband che ha prodotto alcuni degli esemplari più tipici dell’Adult Oriented Rock (AOR) degli anni Ottanta. Storico tastierista degli Asia è Geoff Downes, associatosi agli Yes (e qui si torna in area progressive) in sostituzione di Rick Wakeman, alias il pianista dei due brani-manifesto del giovane Bowie, Space Oddity e Life on Mars! Assieme a Downes, negli Yes era entrato brevemente anche il grande produttore Trevor Horn, il quale ha prestato il proprio talento a personalità svariate (da Tom Jones a Robbie Williams, passando per Ramazzotti!), le quali ci potrebbero guidare verso terreni diversissimi, benché siano ben pochi i gradi di separazione che le allontanano dal Duca Bianco. Tra di loro figurano:
i Pet Shop Boys, ospiti della bowiana Hallo Spaceboy, nonché perfezionatori di quel synth-pop di cui Bowie è stato uno dei padri fondatori, pur non praticandolo in prima persona;

Grace Jones, gender bender in senso musicale (essendosi spinta a tratti a fondere musica disco e reggae) ma anche sul piano estetico-sessuale, esattamente come Bowie. A quest’ultimo, tra l’altro, era stato offerto nel 1985 il ruolo di Max Zorin, villain del film bondiano 007 – Bersaglio mobile firmato John Glen) in cui figura proprio la Jones come aiutante dello stesso Zorin. Che bell’accoppiata di canaglie sarebbero stati!

Riprendendo l’aggancio offerto da John Wetton, questo occupatissimo musicista ha trovato anche il tempo di suonare il basso per i Roxy Music, i quali permettono di riavvicinarsi alla metropoli bowiana in un battibaleno per almeno due ragioni: tanto per cominciare i primi album dei Roxy vantano l’apporto del già ricordato Brian Eno, co-regista della Trilogia Berlinese di Bowie; in secondo luogo il loro frontman Bryan Ferry è stato uno degli autori di testi preferiti del Duca Bianco, il quale l’ha persino omaggiato con una cover (invero piuttosto squallida) di If There Is Something, nel secondo album registrato coi fracassoni Tin Machine. 

A voler seguire le infinite vie che si dipartono dal centro della megalopoli bowiana si potrebbero raggiungere generi improbabili (nell’ottica di un seguace del genio di Brixton), dal surf pop alla salsa. Ma basta già questa rocambolesca escursione per poter affermare con certezza che tutte le strade (ri)portano a Bowie!

Andrea Lohengrin Meroni