Classe 1993, Tommaso Frangini è un giovane regista, già autore di due cortometraggi ampiamente apprezzati: il primo, Ecate, è stato selezionato in 12 festival internazionali dove ha vinto ben 4 premi; il secondo, La Peste, è stato di recente selezionato per la per la sezione Short Film Corner della prossima edizione del Festival di Cannes. Entrambi i corti sono stati proiettati lo scorso dicembre al Cinema Beltrade di Milano. Abbiamo incontrato Tommaso per indagare più a fondo gli spunti e le originali suggestioni della sua produzione.

Attualmente iscritto al California Institute of Arts, vivi a Los Angeles per frequentare un Master in Film Directing. Cosa ti ha spinto a proseguire i tuoi studi negli Stati Uniti? Credi ci sia un approccio didattico alla regia differente rispetto alle accademie italiane?
Ho scelto CalArts dopo un’attenta ricerca, durata sin dalla fine del liceo. Lo stile di cinema a cui mi ispiro mi ha sempre portato a guardare le scuole all’estero, spinto non solo dal maggiore respiro internazionale che una scuola del genere può offrire, ma soprattutto dal tipo di esperienza che comporta. Ho inviato application in Inghilterra e negli Stati Uniti e la mia domanda è stata accettata da 5 scuole su 7, tra cui CalArts, che è sempre stata la mia prima scelta. È una scuola con un approccio molto diverso dagli altri istituti americani: nonostante sia stata fondata da Walt Disney, è lontana dalla concezione del cinema hollywoodiano e presta particolare attenzione verso una poetica autoriale, sperimentale, propria di quello che oggi viene definito “cinema indipendente”.

Entrambi i tuoi cortometraggi, Ecate e La Peste, esplorano il genere fantasy, immersi in un passato lontano, a tratti fiabesco. Si tratta di una scelta piuttosto insolita, che si pone in controtendenza rispetto alle forme più diffuse del cinema contemporaneo. Puoi raccontarci il motivo di questa scelta?
Dopo i miei primissimi progetti amatoriali, ho deciso di intraprendere un percorso differente e mi sono orientato verso il genere fantastico. Sono da sempre stato affascinato dai miti e dalle leggende di diverse culture, da quelle mediterranee a quelle del Medio Oriente fino a quelle nordiche, ed ero in una fase in cui volevo provare a fare qualcosa di diverso e in cui credessi. In entrambi i lavori ho dato molta importanza alla messa in scena, alla ricerca delle location, ai costumi e alla creazione di situazioni magiche, esoteriche, mistiche, distanti dalla realtà. In Italia spesso il genere fantastico è visto con diffidenza e distacco, come se fosse “poco nobile”. Ne ero cosciente e sapevo che presentarsi con questi lavori poteva risultare, come dire, discriminante; ma alla fine ho cercato di usare la particolarità di questo genere come strumento per esprimere le mie sensazioni e i miei intenti. I riscontri ricevuti mi incoraggiano a ritenere che, forse, ci sono anche riuscito, magari proprio grazie al mio intento di adottare, rispetto al modo in cui di solito ci si rapporta a questo genere, un approccio più studiato e intimo per ciò che riguarda la costruzione delle immagini e delle scene.

Ecate, il tuo primo cortometraggio, trae origine dalla letteratura inglese dell’800, ispirandosi a La Belle Dame sans Merci di John Keats. Raccontaci come è nata l’idea del soggetto di questo lavoro.
L’idea iniziale era quasi un lungometraggio: la storia di un cavaliere che vaga disperso in una foresta, tra paesi abbandonati e personaggi che hanno perduto la memoria, che procede smarrito, come in un limbo, in cerca di una via verso la salvezza. Ma era un’idea troppo complicata e poco fattibile. La mia ragazza mi ha consigliato di leggere la ballata di Keats e vi trovato un’incredibile fonte di ispirazione. Non sono purtroppo riuscito a portare sullo schermo esattamente tutta l’opera: una parte, quella relativa all’innamoramento, ho preferito tralasciarla, non sentendomi ancora pronto a raccontare determinati sentimenti. Ho voluto piuttosto concentrarmi sul tema dello smarrimento, che mi è molto caro, e sull’aspetto oscuro della ballata: la Dama misteriosa che abita nel bosco e il Cavaliere, stanco, che ha perso la via.

La Peste, pur mantenendo l’ambientazione storica e le atmosfere fantasy, segna un passo avanti rispetto al tuo primo lavoro, avvalendosi di suggestioni stilistiche nuove. Quali sono i tuoi riferimenti? Quali principi compositivi hai seguito in fase di realizzazione?
Il mio punto di riferimento per La Peste è principalmente il regista russo Alexander Sokurov, che è l’autore a cui più mi ispiro. La Peste è nata infatti da una scena del Faust in cui l’apprendista del dottore si aggira per la città con una fiala contenente l’homunculus. Rispetto a Ecate, ho voluto sperimentare una regia molto più attenta, totalmente motivata in ogni scelta. Ho avuto la fortuna di lavorare con Jacopo Caramella, direttore della fotografia del corto, anche lui ammiratore del Maestro russo, e ci siamo entrambi ispirati al suo stile, proponendo distorsioni visive che mirano a provocare sensazioni disturbanti. Ho trovato che questo stile potesse accentuare le sensazioni che volevo raccontare con la mia storia di alchimia e occulto, e sono molto soddisfatto del risultato.

Entrambi i cortometraggi sono stati prodotti dall’amico Sebastiano Totta e musicati da Filippo Beretta. Come hai scelto i tuoi collaboratori?
Con Sebastiano sono amico sin dai banchi del dal liceo, ha sempre voluto aiutarmi. Quando gli ho proposto Ecate ha deciso da subito di affiancarmi in questa avventura, nonostante potesse essere molto rischiosa, soprattutto dal punto di vista del risultato. Abbiamo girato quattro giorni in Valsesia e tutta la crew ha soggiornato nella stessa casa: è stata un’esperienza unica di cui mantengo un bellissimo ricordo, oltre al fatto che si trattava del mio primo cortometraggio professionale. Filippo invece l’ho conosciuto mentre iniziavo a preparare Ecate; ho voluto lavorare sin dall’inizio con un compositore, ben prima delle riprese. Mi ha aiutato molto anche nella costruzione della storia, è la persona con cui ho lavorato di più al progetto; c’è stata subito una fortissima intesa ed è venuto anche lui sul set. Lavorare e preparare La Peste nuovamente insieme a entrambi è stato ancora più gratificante.

Sei forte di una recentissima soddisfazione: La Peste è stato selezionato per la sezione Short Film Corner della prossima edizione del Festival di Cannes. Come ti senti in proposito?
Lo Short Film Corner è un’ottima vetrina, anche se non è una sezione competitiva. Sono di sicuro molto felice, è un modo di andare al Festival più prestigioso al mondo a presentare un proprio lavoro. L’opera è stata selezionata per una proiezione il 18 maggio, cosa che accade solo per pochi progetti all’interno del Corner. Spero sia solo l’inizio del cammino di La Peste nei Festival. È un progetto molto particolare ed è difficile fargli avere le giuste attenzioni, spero che a Cannes questo possa avvenire.

Come ti sei mosso nella promozione dei tuoi cortometraggi e nella loro presentazione ai vari festival?
Sono sempre stato interessato ai vari Festival e alle competizioni per cortometraggi. Ecate è stato selezionato in 12 Festival Internazionali, dove ha vinto 4 premi. Sono potuto andare di persona solo a uno di questi, a Sarajevo, ed è stata un’esperienza che resterà sempre viva nei miei ricordi, non solo perché ha rappresentato il primo impatto di un mio lavoro su un pubblico vero e proprio, a cui peraltro Ecate è piaciuto molto, ma anche per aver conosciuto altri registi a me coetanei con cui sono tutt’ora in contatto. Spero di poter presenziare a qualche Festival in cui La Peste verrà (speriamo…) selezionato.

Giorgia Maestri