Una catwalk, cinque tipologie di costume che identificano i cinque personaggi del libretto La Sylphide di Nourrit, nove danzatori che si scambiano continuamente identità. Questo è ciò che accade nella prima parte di Sylphidarium. La seconda è ancora più semplice: consiste in un immenso banchetto di pop corn e in trenta minuti di aerobica. Erano alte le aspettative dopo il lungo dialogo sullo spettacolo con il compositore, anche lui in scena alle tastiere insieme a un batterista e ad una violinista. Tutto sembra funzionare, ma rimane tuttavia difficile cogliere il proverbiale “succo del discorso”.

Si è parlato molto di questo spettacolo, che, pare, propone una rilettura del balletto classico eseguita giocando con il suo più antico esemplare, La Sylphide appunto, allo scopo di proporre nuove soluzioni sceniche che puzzino meno di cadavere (per citare il foglio di sala). Il risultato, però, è poco chiaro, riassumibile con un paio di cliché della danza contemporanea: nudo scenico-buona tecnica-costumi bianchi-ballettino facile facile-finale con sospiri. Esaltante l’idea di salutare il vecchio, poco convincente la proposta sul nuovo.

Giada Vailati