Voto

7
 

Se sul dizionario ci fosse un’immagine alla voce “ambizione”, allora sarebbe il logo della Pixar. E la parola ambizione calza a pennello a Coco, l’ultima creatura dello studio: l’ambizione del protagonista, che lo porta a ritrovarsi maledetto e intrappolato nel mondo dei defunti, e l’ambizione di fare un film per famiglie legato al tema tabù della morte.

Miracolo riuscito? Sì e no. Servendosi della festività messicana del Dìa de los Muertos, il film riesce a dare ai defunti un tocco magico e colorato, spogliandoli del loro portato più disturbante. Merito anche di una realizzazione tecnica impeccabile e di una regia morbida e mobilissima, che rendono indimenticabili le città dei vivi e dei morti: speculari per i loro colori e per la gioia di chi vi abita, eppure irrimediabilmente separate, legate solo dal flebile filo di affetto tra vivi e defunti. Da un punto di vista narrativo, però, il primo atto arranca, soffocato dalla necessità di semplificare tradizioni tanto complesse. Il film, poi, sembra rinunciare a quella capacità di creare momenti di pura e leggera comicità che ha caratterizzato i lavori Pixar: i più piccoli apprezzeranno i simpatici scheletri che si smontano in continuazione o il buffo cane Dante, ma rimarranno irrimediabilmente tagliati fuori dalla spassosa (almeno per gli adulti) ironia sull’imprescindibile Frida Kahlo.

Tuttavia, il racconto prende via via sempre più ritmo, fino ad arrivare a un terzo atto dinamico e splendidamente coreografato e approdare a un finale toccante e commovente come pochi, nella sua semplicità. Nel solco più fecondo della tradizione Pixar, Coco si diverte a seguire il canone narrativo del talent show, per poi ribaltarlo e contraddirlo apertamente: dove qualcuno di meno ispirato direbbe “segui il tuo sogno” (o “cogli l’attimo”), nel mondo di Coco l’affermazione individuale arriva sempre a un prezzo altissimo e la vera ricchezza è quella che si trova nella comunità. Nessuno si salva da solo, sembra dire il film, ed è accettando una serie di regole condivise che si può godere di quella rete di affetti che ci sostiene in ogni situazione avversa. L’unica cosa che si chiede in cambio è di rinunciare a una parte di sé, ma non è questo, in fondo, ciò che significa diventare grandi?

Francesco Cirica