Nel 1966 usciva Blow-up, film di Michelangelo Antonioni ispirato al racconto Le bave del diavolo di Julio Cortàzar (1959). L’anno scorso una versione restaurata faceva capolino nelle sale italiane. Questa sera la pellicola approda al Cinema Bianchini (MilanoCard), presso l’Highline Galleria di Milano.

Il film racconta alcuni episodi della vita di Thomas (David Hemmings), un giovane fotografo londinese interessato a immortalare la vita reale: sta infatti realizzando un libro di frammenti, di scatti rubati a persone incontrate per caso. Proprio mentre sta fotografando una coppia di fidanzati in un parco, Thomas diventa testimone inconsapevole di un omicidio: gli ingrandimenti delle sue foto svelano la presenza di un cadavere dietro un cespuglio.

Di qui il titolo: blow up indica una tecnica fotografica che consiste nell’ingrandimento di una porzione di un’immagine fino al punto in cui risulta impossibile distinguere le forme del soggetto fotografato. Paradossalmente, è un surrogato della realtà, una sua riproduzione, a mostrare una nuova forma di quella stessa realtà, trasformando la percezione di momento da spensierato a tragico.

Il film segue i movimenti di Thomas, che si aggira in una Londra giovane, festaiola e alla moda ma del tutto apatica, proprio come la nuova generazione che la abita. È così che Antonioni riflette sulla dissipazione dei legami sociali in un mondo moderno che, se da un lato aumenta e semplifica le possibilità di interazione sociale, dall’altro isola l’individuo e costringe la soggettività a emergere solo attraverso il contrasto e la violenza.

L’intreccio della pellicola procede attraverso sequenze allucinate e disorientanti, in un susseguirsi e intersecarsi di episodi che man mano dissipano l’azione fino a farla scomparire. Il servizio fotografico, l’incontro con la donna al parco, la promessa alle due giovani aspiranti modelle: gli episodi aprono un ventaglio di potenzialità narrative che vengono continuamente disilluse, secondo una struttura straniante a singhiozzo.

Filo conduttore della narrazione è il cadavere semi-nascosto, che torna continuamente a ossessionare Thomas. Ma l’omicidio non è altro che l’ennesimo fallimento della possibilità di conoscenza del reale e di comunicazione da parte di Thomas, che finisce tra le pale di un tritapensieri e diviene inerme, incapace di ritrovare il corpo del delitto, di chiedere aiuto e, al contempo, di risolvere il caso da solo. Un ritorno ossessivo sul luogo del delitto che non concede soluzione.

“Non bisogna lasciare che un film finisca con la fine del film, ma bisogna fare in modo che il film si prolunghi proprio all’esterno di se stesso, proprio dove siamo noi, dove viviamo noi che siamo i protagonisti di tutte le storie.” Michelangelo Antonioni.

La Redazione