Voto

8
 

Chi è senza colpa? La risposta del regista Michaël R. Roskam è “Nessuno”. Neanche Bob Saginowski – il protagonista, interpretato dal come sempre eccezionale Tom Hardy – che ripete più volte con i suoi occhioni da cerbiatto “Io sono un semplice barman” (sì, ma pur sempre di un Drop Bar), solamente per convincere se stesso e non tanto l’interlocutore di turno. La violenza è infatti insita in ogni cosa e persona, si cela anche dietro un povero cagnolino massacrato e gettato in un bidone della spazzatura e ne è pregna anche la Bibbia, non la si può ignorare: bisogna essere in grado di affontarla quotidianamente, non c’è via di scampo. Questo il fil rouge di Chi è senza colpa, in apparenza un noir urbano a tutto tondo – ambientato a Brooklyn – dai toni cupi virati al blu, che però riesce a uscire dal percorso tracciato dai suoi predecessori grazie a una forte impronta autoriale, divenendo una vera e propria rarità cinematografica.

Sorvolando su alcune soluzioni dell’intreccio da gangster movie un po’ troppo semplicistiche, in particolare l’happy ending poco verosimile, la pellicola procede con energia grazie a entusiasmanti colpi di scena che ghiacciano lo spettatore con la stessa potenza di brividi febbrili: come calamitato, è impossibile per il pubblico staccare gli occhi dallo schermo. Il climax di dramma criminale – sulla stessa linea d’onda dei B movies anni ’50 – permeato da diffidenza e solitudine è completato dai dialoghi, costruiti benissimo, asciutti e secchi, in cui pause e silenzi sono perfettamente calibrati e spesso, come si suol dire, “più eloquenti delle parole”. Ciliegina sulla torta sono le interpretazioni: James Gandolfini aka Cugino Marv ci ha lasciati nel migliore dei modi, Tom Hardy – entrato nei cuori di tutti i cinefili dopo Locke – che potrebbe anche essere l’unico valido motivo per vedere un qualsiasi film e anche Noomi Rapace sorprende positivamente.

 Benedetta Pini