Voto

8
 

Rimasta lontana dalla musica per sei anni, Charlotte Gainsbourg dà vita a un disco intensamente autobiografico in cui, oltre a raccontarsi senza indulgenze (I’m a Lie), esprime il proprio amore incondizionato e il forte senso di mancanza che prova nei confronti della sorella Kate Barry, scomparsa tragicamente nel 2013, e del padre Serge. “Laisse-moi donc imaginer, que j’étais seule à t’aimer” (“Lasciami immaginare che io fossi la sola ad amarti”) scrive in Lying With You, uno dei brani dedicati al padre, come a voler rivendicare gelosamente un dolore che è stato prima di tutto suo, ma che al momento della sua morte era stato sentito immediatamente come collettivo. E come in questo brano, l’essenza di Rest si svela splendidamente egoista in tutte le tracce che lo compongono: è prima di tutto un dialogo dell’artista con sé stessa e con i suoi ricordi.

Ogni verso, ogni scelta lessicale, ogni melodia dell’album trasmettono la forza di un’intima e prepotente necessità di affrancarsi da un incubo di sofferenza per molto tempo avvertito come insostenibile. Ma il disegno dell’artista non è quello di incastonare il disco in una paralisi di tristezza, e a testimoniarlo è la musica: l’album è frutto di molte collaborazioni, da quella principale con il produttore Sebastian fino al contributo di Guy-Man dei Daft Punk e del grande Paul McCartney (ospite-autore di Songbird in a Cage). Il risultato finale gode di coerenza e omogeneità, e a prevalere è l’influenza scintillante dell’elettronica, con synth cristallini, tastiere e beat oscuri e decisi, sonorità dance, loop ipnotici e cori leggeri. A ispirare l’atmosfera di Rest, come ha dichiarato l’artista stessa in un’intervista rilasciata per la trasmissione francese Quotidien, è stata l’estetica cinematografica horror degli anni ‘70, oltre a quella di svariati film dai contenuti caotici e brutali: da Psycho di Hitchcock a Le Mepris di Godard fino a Le Dent de la Mer di Spielberg.

E in Rest, come nei ruoli della Gainsbourg attrice diretta dal regista Lars von Trier, la grazia e la raffinatezza che caratterizzano l’artista si sporcano e diventano graffianti per riuscire a restituire delle verità senza filtri, come quella riguardante la sorella nel brano che porta il suo nome (Kate): “Dressée à l’alcool, sans qu’il te censole, perdue à jamais” (“Educata all’alcool, senza che questo ti consoli, persa per sempre”). La scelta di far prevalere, per la prima volta, la lingua francese su quella inglese nella propria scrittura immerge la lirica della Gainsbourg ancor più nel vivo di una dimensione personale, regalando inoltre alla sua voce morbida e sussurrata (che non può non ricordare quella della madre Jane Birkin) una più ampia varietà di sfumature. Ed è proprio l’alternanza con la lingua inglese ad attenuare e a controbilanciare la durezza di una scrittura diretta, cruda e spogliata di qualsiasi pudore. I giochi di parole in questo disco sono lasciati infatti solamente al titolo Rest, (in francese “resta”, in inglese “riposo”), per esprimere l’oscurità e la dolcezza che avvolgono un addio eterno.

Valeria Bruzzi