Voto

6.5

Presentato in concorso alla scorsa edizione della Mostra del Cinema di Venezia, Charley Thompson è il terzo lungometraggio del britannico Andrew Haigh. Dopo i malinconici e sentimentali Weekend (2011) e 45 anni (2015), entrambi molto apprezzati dalla critica, Haigh mette a punto un racconto di formazione caratterizzato da simili tinte drammatiche e inquiete, sebbene privo di alcune delle soluzioni originali e convincenti proprie delle pellicole precedenti.

Charley (Charlie Plummer) è un ragazzino di appena quindici anni senza riferimenti stabili: non ha una famiglia su cui contare (il padre è un donnaiolo superficiale e irresponsabile, la madre non l’ha mai conosciuta) né amici o compagni di scuola. È solo e senza alcuna prospettiva futura. L’incontro con l’allevatore di cavalli Del (Steve Buscemi) e della fantina Bonnie (Chloë Sevigny) cambia tutto: il mondo delle corse di cavalli diventa il suo e Charley si sente finalmente a casa. La cattiva sorte, tuttavia, non tarda a colpire Charley e il ragazzo si trova improvvisamente catapultato in un vortice di dolore e perditetalvolta eccessivamente carico di pietismo – secondo un crescendo di tensione e smarrimento.

Nella solitudine estrema in cui si trova, l’unico appiglio rimasto è Lean on Pete, un vecchio stallone da corsa che per Charley diventa un punto di riferimento, unico appiglio in un mondo in cui non riesce ad orientarsi. Merito di Haigh è stato quello di evitare la consueta antropomorfizzazione dell’animale comprimario, aggirando il rapporto emotivo tra cavallo e protagonista, e aver optato invece per una soluzione ben più cruda: il cavallo resta un cavallo, non partecipa della solitudine di Charley e non allevia il suo dolore.

Niente interviene dall’esterno per soccorrere Charley e il suo corpicino esile si muove senza sosta sullo sfondo delle praterie incontaminate del Wyoming. Il respiro affannato del ragazzo e i suoi capelli biondi al vento sono sintomi di una ricerca continua, una corsa verso un traguardo ignoto, come se la velocità stessa fosse la meta a cui tendere e il moto l’unico senso dell’esistenza di Charley.

Giorgia Maestri