Esattamente quattordici anni fa, in quella che da tempo viene chiamata “la città degli angeli”, ci lasciava il grande attore americano Charles Buchinski (in arte Bronson). Considerato da sempre il vero “duro” di Hollywood, Bronson interpretò una moltitudine di personaggi in svariati film. Come solitamente accade per giganti della scena come lui, poche, ma buone, sono state le pellicole che lo hanno reso una leggenda del cinema americano.

Figlio di un minatore lituano emigrato in America, Bronson ereditò il mestiere del padre, e dopo una serie di lavori che gli permisero di pagarsi gli studi di arte drammatica ottenne la sua grande occasione con l’epico film di John Sturges I magnifici 7 (USA, 1960), uno dei western più celebri del cinema americano. Fu proprio con quel genere che Bronson fece fortuna. Il suo volto, levigato come un’antica roccia, e la profondità del suo sguardo, secondo solo a quello del miglior Clint Eastwood, resero l’ex minatore una vera icona del western/action, tanto che i suoi occhi severi e malinconici divennero un vero e proprio marchio di fabbrica.

In seguito al successo de I magnifici 7, la collaborazione con Sturges (che la critica considerò sempre un solido ed esperto mestierante) continuò, portando Bronson a interpretare il tenente di squadriglia Danny Velinski ne La grande fuga (USA, 1963). Il film, che traspose sullo schermo la più grande fuga di prigionieri alleati da un campo di internamento tedesco, lanciò Bronson nell’élite dei più grandi attori, sia su piccolo che su grande schermo. Da quel momento Bronson diventò un vero e proprio divo, mentre il suo atteggiamento da duro senza sentimenti si apprestava a diventare un suo segno indistinguibile.

Dopo alcuni film di successo tra cui Quella sporca dozzina (Robert Aldrich, Gran Bretagna/USA, 1967), cult del genere bellico, e I cannoni di San Sebastian (Henri Verneuil, Francia, 1968), Bronson incrementò la propria fama con una pellicola che lo avvolgerà di un’aurea leggendaria per il resto della vita: C’era una volta il West (Sergio Leone Italia/USA, 1968,). Lo stile di regia di Leone sembrava creato appositamente per l’attore statunitense: i primissimi piani (poi ribattezzati “piano leoniani”) si rivelarono la tecnica perfetta su un artista come Bronson e i suoi occhi di giacchio. Il suo personaggio, Armonica, è il pistolero “che invece di parlare suona e quando dovrebbe suonare parla”, simbolo di una tipologia umana che non esiste più, quella degli uomini abituati a regolare i conti con la pistola.

Negli anni Settanta, superato ormai il vertice della carriera, Bronson continuò a interpretare numerose parti, per lo più secondarie, vivendo una sorta di ritorno agli esordi. Dal 1974 al 1994 interpretò in cinque occasioni il ruolo del protagonista nella saga Il Giustiziere della notte, la storia di un ingegnere che, in seguito allo sterminio della propria famiglia, deciderà di farsi giustizia da solo in un percorso alternativo a quello offerto dalle impotenti indagini di polizia; un personaggio dunque non molto distante da Armonica del selvaggio West, anche se il contesto, questa volta, è quello della New York degli anni Settanta. Con la sua fisionomia scolpita, il suo atteggiamento distaccato, la sua posa e il suo incedere solenne Bronson conferì al suo personaggio, Paul Kersey, una caratterizzazione particolarissima che lo rese oggetto di una forte mitizzazione nel panorama cinematografico degli anni Settanta, tanto che ne scaturirono svariati tentativi d’imitazione e una serie di sequel generalmente scadenti.

Con i suoi personaggi Charles Bronson conquistò l’affetto e l’ammirazione degli spettatori di tutto il mondo, stringendo il proprio nome al ruolo dell’eroe vendicatore, disposto a rincorrere la giustizia contro tutto e tutti. L’attore si spense per una polmonite il 30 agosto del 2003 e, insieme a lui, si spense il suono dell’armonica.

Mattia Migliarino

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