Presentato in anteprima mondiale alla rassegna “Cinema al MAXXI” (Roma) e fortemente voluto dal curatore Mario Sesti, C’era una volta la terra è una moderna favola contadina che attinge dal sentimento più profondo dell’animo umano, quello dell’appartenenza e dell’amore per la propria terra, per raccontare di territori del nostro Paese troppo spesso dimenticati.

Girato interamente in Molise, il documentario è dedicato a Francesco Jovine, intellettuale, giornalista e romanziere italiano morto negli anni ‘50. Suoi sono gli scritti che la nipote Ilaria Jovine, regista insieme a Roberto Mariotto, decide di utilizzare per mostrare il mondo contadino della regione, con i suoi ritmi e le sue usanze secolari. La voce di Neri Marcorè accompagna lo spettatore in questo percorso, e gli articoli scritti da Jovine nella prima metà del secolo scorso diventano un pretesto per entrare all’interno di un modo di vivere unico nel suo genere, che muove i primi passi agli albori del tempo e che tutt’ora, nel frenetico mondo capitalistico, si ritaglia un suo angolo di paradiso. Il contadino non segue le regole di vita comune, il suo tempo non è scandito come quello delle altre persone, non è un semplice lavoro: è vita.

L’amore per la propria terra, che accudisce ed educa proprio come un figlio, lo immergono in un sistema che è quello antichissimo delle stagioni e dei suoi cicli. Estraneo per necessità e volontà ai meccanismi della vita cittadina, il lavoratore della terra si riappropria di una dimensione “altra”, di quella semplicità di cui tutti noi almeno una volta abbiamo sentito il desiderio e di una religiosità strettamente collegata al suo lavoro e quindi pagana. Il Dio è colui che porta la pioggia in tempo di siccità, il cui sole illumina i campi dopo un lungo periodo di piogge; un Dio benevolo è quello che ha a cuore l’amore per i suoi uomini e ne cerca la felicità, per questo manda loro ciò di cui hanno bisogno. Una religiosità intima, con la quale il contadino cerca di propiziarsi l’amore del Dio attraverso feste e processioni che esaltino la sua forza e allo stesso tempo lo spingano a prodigarsi per i suoi discepoli.

Francesco Jovine con i suoi scritti attraversa mezzo secolo di vita contadina, parla della sua terra (quel Molise che nell’immaginario collettivo “non esiste”) con gli occhi di un ragazzo e l’amore di un uomo. Scritti emozionanti e intensi, di certo non giornalistici. La poesia è ciò che meglio di ogni altra cosa riesce a esprimere le emozioni dell’anima, e di poesia sono permeate le parole dell’intellettuale, le quali si coniugano con le immagini di oggi, dei contadini contemporanei – diciamo così – che popolano il meridione italiano. Gli scritti trovano così una propria dimensione, diventando ancora più potenti.

“La storia delle genti meridionali è la storia della terra” – scrive Jovine – e allora ecco che torna prepotente quella questione meridionale mai risolta e forse irrisolvibile, insieme alle lotte contadine di ieri e di oggi per i diritti dei braccianti, molto spesso stranieri, alla ricerca di un loro posto nel mondo. L’abbandono, il degrado di quei luoghi nei quali lo Stato interviene sporadicamente e solo quando non può farne a meno, per poi tornare a rintanarsi tra le pieghe della più bieca burocrazia.

Le immagini sono lente, seguono le parole della voce narrante. O forse è il contrario, la voce scandisce le immagini di campi arsi dal sole, di paesini del sud, di germogli e vacche, di feste di paese e persone anziane. Lo scambio reciproco di parole, musica e riprese e il loro intrecciarsi continuamente secondo il tempo rallentato e spesso statico della vita di campagna rendono questo documentario penetrante nella sua semplicità e consentono di ritrovare una pace assopita ma sempre presente dentro di noi.

Giorgia Sdei