Voto

6
 

Il nuovo film di Kenneth Branagh Cenerentola, sviluppa un intreccio ispirato in modo esplicito al cartone del 1950, del quale mantiene gli elementi iconografici, a loro volta ripresi dalla favola dei fratelli Grimm.

Cenerentola, che suscita immediatamente l’identificazione da parte del pubblico, come da copione è maltrattata dalla matrigna e di riflesso dalle sorellastre, unicamente impegnate nei reciproci litigi intorno al nulla, che modernamente incarnano l’antitesi della grazia e l’apoteosi del pacchiano. Unici amici della fanciulla sono gli animali, nonostante siano privi di parola e connotazioni umane all’infuori di quelle concessegli dal famosissimo incatesimo bibbidi bobbidi boo e la smemorata fata madrina, interpretata dall’incantevole Helena Bonham Carter, perfetta incarnazione di personaggi fiabeschi, ai quali però conferisce, attraverso espressioni e gestualità, un’eleganza totalmente folle e meravigliosamente macabra.

Ciò che attribuisce una personalità autonoma a questo live action movie è la complessità dei personaggi, che dell’originale favola e cartone animato conservano soltanto gli aspetti standard dei loro ruoli, punto di partenza per l’elaborazione di una psicologia ben più complessa.

Quasi improvvisamente appare la solenne figura della matrigna Lady Tremaine – interpreta dalla perfetta Cate Blanchett – raffinata, nobile solo all’apparenza e vittima della propria invidia. A causa delle proprie vicissitudini vede davanti a sé un destino di condanna alla sofferenza e, immersa nella preoccupazione per l’avvenire, comincia a nutrire un odio profondo nei confronti di Ella. Con grande sorpresa scopriamo la prima Cenerentola chiamata col proprio nome, a cui viene quindi attribuita un’identità diversa da quella di serva a cui siamo soliti, ingiustamente affibbiatale dalle sorellastre. Ed è esattamente questa identità “riesumata” a fare di Cenerentola un’eroina moderna e realistica, umile ma decisa a far valere i propri valori, ereditati dall’amata madre. Rilevante è infatti l’incontro tra Ella e Kit – il giovane principe innamorato del suo regno e fortemente legato al padre – nel bosco, dove per eccellenza dimorano la magia e le forze irrazionali, che da quel momento prenderanno dimora nel cuore dei due protagonisti, così lontani di rango, ma talmente affini da cancellare in una sola scena qualsiasi ostacolante differenza. L’incanto del bosco ritorna anche al termine del famosissimo ballo regale: questa volta si svolge in un giardino segreto, che evoca, seppur molto lontanamente, l’atmosfera enigmatica del parco della Regina di Cuori in Alice in Wonderland di Tim Burton, rappresentato con un’attenzione al dettaglio maniacale e un sapore d’inquietudine surreale ineguagliabile. Qui Branagh, a differenza dell’innocente cartone animato, inserisce tra Ella e Kit un pizzico di erotismo, seppur dimesso e non insistente.

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Se l’infanzia di Cenerentola è stata condita con troppo zucchero e tonnellate di miele, tali da rischiare il diabete e da suscitare il riso – forse per rendere meno traumatica per i bambini la sofferenza di Ella nel rimanere improvvisamente orfana e prigioniera di un “castello abitato da streghe” – la sua giovinezza con la storia d’amore che permea di romanticismo l’intera pellicola, scorre con ritmi incalzanti, pieni di sorprese e riuscendo a creare suspance anche in chi conosce a memoria il destino di Cenerentola. La tragicità ha nel film lo spazio che merita e la magia ruba la scena al realismo grazie ai preziosismi delle scenografie, curate da Dante Ferretti: l’ambientazione parigina di metà ottocento, gli abiti sfarzosi e i veri gioielli utilizzati per la realizzazione della carrozza e delle scarpette di cristallo.

Branagh ci offre una ricostruzione fedele della famosa fiaba, arricchendola di elementi innovativi che lasciano spazio a svariate interpretazioni per nulla scontate. Realizza così un film magico e piacevolissimo, adatto a ogni tipologia di pubblico: un viaggio nei nostalgici abissi dell’infanzia, finalmente riportata in vita

Federica Romanò