Voto

6

La gatta di Atlanta ha vagabondato per il mondo in questi sei anni di assenza e tornando ha portato con sé un bagaglio di dieci inediti e una cover – alla sua maniera, del tutto stravolta – di un pezzo di Rihanna, Stay. Un ritorno a tutti gli effetti dopo il passo falso di Sun nel 2012.

Wanderer è un diario di viaggio fatto di incontri, riflessioni e una forte tensione verso la riconquista di sé. Il disco si apre con una sorta di dichiarazione poetica: Cat Power prende lo spettatore e lo porta prepotentemente nel microcosmo polveroso di Wanderer con una title track che più che un brano compiuto è un’intro priva di accenni ritmici, spoglia e trasognata, a rievocare un incontro che nelle note sussurrate di Marshall assume i tratti di una preghiera.

Nel secondo brano, In Your Face, la tessitura ritmica e armonica è affidata a pochi strumenti acustici: percussioni leggerissime, suggerite, un pianoforte riverberato che suona il tema e una chitarra che mantiene lo stesso andamento per tutto il brano. Rispetto al brano precedente, cambia il tono: l’autrice veste i panni della vagabonda, ma con lo sguardo fisso verso casa, quell’America ipocrita e cinica incapace di guardare oltre il proprio naso.

You Get si apre con un repentino cambio di scena: di colpo si viene catapultati in un club americano durante il soundcheck, nel momento in cui la band inizia a suonare il brano su cui poter bilanciare i volumi. Bastano poche note per rendersi conto di trovarsi davanti a qualcuno che il mestiere lo conosce bene. Gli arrangiamenti ritagliati su misura dell’anima folk del brano, nel segno del minimalismo ritmico, sono al servizio delle intenzioni autoriali. E forse è questo il cruccio del disco: Cat Power non corre alcun rischio, non intraprende strade tortuose e rimane sulle strade già battute, senza uscire dalla propria comfort zone.

Woman è il pezzo più rilevante dell’album. La collaborazione con Lana del Rey è ormai un classico per Cat Power e, come di consueto, il brano si sviluppa all’interno di una tessitura ritmico-armonica semplice ed efficace. Il refrain è la ripetizione di “Woman” su una produzione sempre diversa, che evita il rischio di scadere nei suoni da hit pronta a usurarci per tutto l’inverno e assume invece un tono intimo, quasi confidenziale, manipolato dall’esperto Rob Schnapf con un master glassato di malinconia. Horizon è la lettera di una figlia lontana che cerca di accudire i suoi cari; un urlo di nostalgia trattenuto, un soffio elettrico che si espande in note che ricordano i lavori di Bon Iver. Il congedo è Me Voy, che segna la fine di un viaggio e il ritorno a sé stessi. Torna Wanderer/exit a chiudere il cerchio del disco: Cat Power è tornata a casa.

Delicato e sussurrato come una carezza, Wanderer è un lavoro facile e lineare, senza risultare mai banale. Niente di esplosivo. Niente di trascendentale. Niente di nuovo. Ma probabilmente è ciò di cui Cat Power aveva bisogno per ritrovarsi dopo essersi persa.

Pasquale Dipace

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