Voto

5

Sono passati esattamente 50 anni dalla notte in cui George Romero diede alla luce un mostro. 50 anni da quando portò sul grande schermo un essere disturbante e spaventoso: lo zombie, così simile all’uomo eppure così  ferocemente diverso, metafora e manifestazione del lato più oscuro della società. Un immaginario simbolico che Yolanda Ramke e Ben Howling prendono in prestito per realizzare il primo lungometraggio australiano targato Netflix: Cargo.

Prendendo spunto dal loro omonimo corto del 2013, i due registi mettono in scena la corsa contro il tempo di Andy (Martin Freeman), alla ricerca di un luogo sicuro per la figlia neonata prima di trasformarsi lui stesso in uno zombie. A ciò si aggiunge una sottotrama di stampo sociale in pieno stile Romero, che guarda all’Australia e al rapporto tra nativi e colonizzatori con un occhio nostalgico verso il legame degli aborigeni con la loro terra. Infine, un villain appassionato di armi e frackin  che tiene ben strette le risorse che riesce a recuperare.

Tuttavia, questi spunti rimangono relegati al soggetto, e non trovano un’adeguata rappresentazione filmica. La blanda trama principale non riesca mai a trasmettere un reale senso di tensione o di pericolo e gli stessi zombie si intravedano solo da lontano. Anche la tematica sociale e terzomondista finisce per essere soltanto un’appendice posticcia, una trovata per allungare a dismisura una sceneggiatura striminzita, come l’uso incessante di campi lunghi ripresi con il drone: più che indici di una coerente scelta registica, sembrano piuttosto il tentativo un po’ disperato di raggiungere il minutaggio minimo di un lungo.

Francesco Cirica

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