Voto

7

Uno spiazzante inizio ex abrupto apre in maniera angosciante l’ultimo film di John Michael McDonagh, Calvario. Il tempo del racconto coincide con un’intera settima, che scandisce il ritmo del film ricordando il mito della creazione: così come Dio, Padre James  ha sette giorni per “mettere a posto le sue ultime cose”, in quanto la sua vita è gravemente in pericolo. 

Nonostante la pellicola offra degli spunti interessanti, appare come una sorta di parodia dell’eccesso. Ogni singolo personaggio, dal ruolo dominante o marginale, è caratterizzato da un minimo comun denominatore: un cinismo dilagante e totalizzante. Al di là della manifesta visione negativa dell’esistenza e dei rapporti umani, l’effetto di questa crudeltà è surreale, dato che la percentuale dei cittadini che godono nel vedere fallire il prete è eccessivamente alta nel contesto di una cittadina dalla presunta bassa densità demografica.

La figura di un uomo di chiesa non convenzionale e il suo fallimentare antieroismo lasciano lo spettatore più volte turbato dalle continue contrapposizioni, allegoriche e non. E, infatti, per quanto possano apparire eccessive, Calvario è un film giocato sostanzialmente sulle contraddizioni. Tale gioco degli opposti si inserisce perfettamente nella scenografia: gli immensi spazi naturali irlandesi si contrappongono agli interni di alcune case e del pub di quartiere di stampo postmoderno e artificiale al limite del pacchiano.

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Il contrasto si rivela anche nell’angosciata integrità di Padre James e si sposa coerentemente con gli atteggiamenti degli altri personaggi, come se questi ultimi fossero templi in cui rettitudine e moralità subiscono un paradossalmente cinico esorcismo.
Il parroco è circondato da un’atmosfera di cinismo-fallimento esistenziale che coinvolge direttamente anche la sua famiglia, in particolare la figlia autolesionista, ridotta a nient’altro  che un tenue e tiepido raggio di luce nella nebulosa natura irlandese, incapace di  sostenere le titaniche battaglie del padre, sia sotto il punto di vista umano che ecclesiastico.
La settimana di Padre James giunge infine alla domenica, senza un vero e proprio compimento di qualcosa di concreto, a differenza di Dio che la domenica si riposò contemplando la sua opera.

Con un’andatura che ricorda a tratti il thriller a tratti il giallo senza dimenticare le sfumature noir, Calvario, grazie allo sviluppo incalzante dell’intreccio che provoca subdolamente lo spettatore, si differenzia di molto da altri film irlandesi aventi come soggetto la vita ecclesiastica. Si pensi a pellicole come Jimmy’s Hall di Ken Loach o a Philomena di Stephen Frears: mettono in evidenza l’autoritarismo delle categorie ecclesiastiche in chiave documentaristica mostrando, tramite un realismo disarmante, la totale mancanza di umanità e compassione che dovrebbe invece essere propria della Chiesa. In Calvario non c’è alcuno spirito di denuncia contro le istituzioni clericali, anzi, la figura di padre James è l’unica a salvarsi, inserita in più ampio un dramma umano che porta a riflettere sul ruolo non ben definito delle istituzioni religiose all’interno della società moderna.

Andrea Passoni 

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