Voto

7

Si sa, i film che colpiscono direttamente al cuore degli spettatori – e al loro portafoglio – sono quelli che trattano argomenti strappalacrime; hanno infatti spopolato agli scorsi Academy Awards proprio Still Alice e La Teoria del Tutto. Anche se privo dello spessore emotivo raggiunto in Still AliceCake rientra in questa categoria, presentandoci una Jennifer Aniston inedita: sciupata, spettinata, unta, solcata da cicatrici in viso e su tutto il corpo, sempre in tuta: insomma, un cesso – dura impresa se si considera la base di partenza. È pure acida, la tipica wasp ricca e viziata che non fa altro che lamentarsi, trattare male gli altri e usarli; personaggio molto “americano”, ma altrettanto coerente. L’unica a sopportarla è la sua domestica – interpretata dalla bravissima Adriana Barraza –, ed è qui che si scivola in pieno nello stereotipo: messicana, timorata di Dio, fedelissima alla sua datrice di lavoro e disponibile, forse un po’ troppo, ad assecondarne tutti i capricci.

E se all’inizio non possiamo fare altro che odiare Claire, piano piano il regista Daniel Barnz ci cala nella profondità della sua vita di depressione con un aumentare di soggettive, sequenze oniriche e allucinazioni: siamo nella sua mente, siamo la sua mente. E non possiamo che intenerirci, forse forse la capiamo anche, fino a commuoverci. La pellicola, infatti, butta lo spettatore in una realtà in fieri, in un’atmosfera di sospensione assoluta. Si percepisce il peso di un dolore penetrante, di un evento traumatico e traumatizzante la cui ombra inghiotte il presente di Claire immobilizzandola in una vita non-vita, le cui giornate passano tutte uguali tra letto, divano, psicofarmaci, alcol e rabbia. Forse non solo sono stupidi capricci, c’è altro. Ma cosa? Perché? Cos’è successo? Non importa. Barnz ci fornisce solo qualche vago indizio, ma il fulcro della pellicola è, e deve essere, il modo in cui affrontare un dolore a cui non viene dato un nome: da particolare assume così valenza universale, diventa “il” dolore, che ognuno di noi ha provato nelle sue diverse concretizzazioni.

Il problema risiede però nella sceneggiatura, debole e poco incisiva: Patrick Tobin si fa prendere la mano da questa volontà generalizzatrice, che finisce per invadere tutto il film e lasciare troppo di indefinito, senza approfondire elementi meritevoli, in primis a discapito della costruzione dei personaggi che ruotano attorno a Claire – protagonista indiscussa, a cui la macchina da presa dedica uno spazio esagerato, inevitabile e, anzi, necessario considerando il suo prepotente egocentrismo. Ma l’errore più grande è il finale, una vera paraculata – non dirò altro per evitare spoiler.

Chiudendo però un occhio su queste due pecche, perdonabili a uno sceneggiatore alle primissime armi – è solo la sua seconda scrittura dopo No Easy Way di Jeffrey Fine (1996) –, il film ha una grandissima forza coinvolgente, a tal punto che anche noi spettatori soffriamo a ogni movimento dolorante di Claire. A rinforzare la rete con cui acchiappare lo spettatore troviamo una colonna sonora – curata da Christoph Beck – che calza sempre perfettamente le immagini e una regia davvero ben curata, che alterna momenti di luci e di ombre per accompagnare Claire che, tra una sofferenza e l’altra, non manca di inserire divertenti guizzi di sarcastica ironia.

Benedetta Pini